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Berco, scontro dal giudice. I sindacati: «Se l’azienda riapre le uscite ci sarà una fuga»

Alessandra Mura
Berco, scontro dal giudice. I sindacati: «Se l’azienda riapre le uscite ci sarà una fuga»

La profezia di Fiom-Fim e Uilm nella vertenza davanti al giudice: «Incentivi all’esodo decisivi». L’azienda: «In tre anni il fatturato è sceso da 468 a 281 milioni. È stato fatto il possibile per trovare soluzioni»

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Copparo Che la situazione in Berco fosse drammatica, e più grave delle crisi precedenti, venne chiarito solo il 4 ottobre scorso, a pochi giorni dall’apertura della prima procedura di licenziamento collettivo (il 17 ottobre), e prima di allora mai si fece cenno a problemi strutturali connessi agli scenari internazionali legati all’invasione dell’Ucraina, se non la perdita di un importante cliente russo che pesava per il 10-15% sul fatturato aziendale ma che poteva essere colmato - secondo l’azienda - con progetti compensativi. Per questo i successivi atti unilaterali (licenziamenti e disdetta dell’integrativo) arrivarono come una doccia fredda inaspettata.

È uno degli elementi emersi ieri dalle testimonianze delle Rsu Berco ascoltate all’udienza relativa alla causa intentata da Fiom-Fim e Uilm contro l’azienda per comportamento antisindacale. Pochi giorni prima, il 23 settembre, era stato firmato l’accordo per i contratti di solidarietà dove l’utilizzo di certe frasi allarmanti sullo stato dell’azienda - hanno spiegato i testimoni - è prassi comune per riuscire a ottenere più ore di ammortizzatori, arrivando a un orizzonte di altri 10 mesi. Mentre all’incontro annuale del gennaio 2024 «l’azienda ci aveva assicurato di aver azzerato il debito».

Ma lo scontro tra le parti, ieri, si è focalizzato soprattutto sull’accordo legato agli esuberi volontari dopo l’incontro al Mimit di novembre e il ritiro degli atti unilaterali. Secondo l’azienda, nel documento sottoscritto dai sindacati si faceva chiaro riferimento al fatto che, se l’obiettivo delle 400 uscite incentivate non fosse stato raggiunto entro il 16 gennaio, l’azienda avrebbe proceduto con i licenziamenti, unica condizione per poter salvaguardare la produzione.

Niente di tutto questo, ha ribattuto la controparte (rappresentata dall’avvocato Franco Focareta), si trattava di una semplice premessa in cui l’azienda si riservava la libertà di agire nei termini previsti dalla legge. «Mai e poi mai un sindacato sottoscriverebbe un accordo che implica dei licenziamenti». «Questa eventualità non ci fu mai esplicitata», hanno confermato i testimoni. Inoltre, è stato sottolineato, il termine del 16 gennaio voluto da Berco era molto stretto e i sindacati avrebbero voluto estenderlo al 1° aprile. Durante le feste di Natale avevano lavorato su una proposta di rivisitazione dell’integrativo agendo sui turni di lavoro, per far risparmiare l’azienda e su cui lo stesso board stava ragionando. Ma il 3 gennaio, essendo evidente che il traguardo dei 400 esuberi non era fattibile, i sindacati vennero convocati è l’ipotesi saltò «perché, ci dissero, non si poteva procedere con l’integrativo, essendo subordinato agli esuberi. Salvo poi, all’incontro del 24 marzo a Confindustria, dirci che i licenziamenti erano subordinati all’integrativo». Eppure, «se ora l’azienda riaprisse gli esuberi volontari, nel giro di un mese e mezzo dovrebbe intervenire per fermarli, perché la gente non ne può più. Ma non ci ascoltano e vanno avanti per la loro strada».

Il 9 gennaio la presentazione del piano industriale da 58 milioni di euro in 4 anni, che suscita perplessità per le troppe ombre sull’occupazione. Si arriva al 30 gennaio quando ai sindacati viene presentata una proposta di ristrutturazione aziendale, non firmata perché «fortemente peggiorativa». Per questo era stata chiesta una settimana di tempo per parlarne con i lavoratori «prima di mettere le mani nelle loro tasche, ma l’azienda aveva fretta, non poteva aspettare più di 24 ore». E pochi giorni dopo si tornò daccapo con la nuova procedura di licenziamento per 247 persone e disdetta dell’integrativo.

L’azienda da parte sua ha fornito i dati della crisi: tre anni fa (anno fiscale 21-22) il fatturato era stato di 468 milioni, passati a 402 nel 22-23 e ora chiuso a 281 milioni. A fine agosto 2024 la divisione statunitense aveva comunicato i rincari di energia (+80%), gas (+60%) e acciaio (+145%) e il mese dopo aveva sottolineato un cambio strutturale del mercato perché per i clienti americani i prodotti non erano competitivi. Uno scenario di fronte al quale, ha detto la responsabile uffici finanziari Berco «abbiamo fatto di tutto per trovare possibili soluzioni». Si riprende l’11 aprile con gli ultimi due testimoni. Poi la discussione, al termine della quale il giudice si prenderà il tempo necessario per decidere.