Cento, volontari di Adwa costretti a rientrare dall’Etiopia
I missionari sono stati evacuati dopo l’attacco di droni a convogli sospettati di trasportare armi. La presidente suor Laura Girotto: «Siamo l’unico punto di riferimento per la popolazione»
Cento L’amarezza di volontari e collaboratori che stavano offrendo la loro competenza all’ospedale di Adwa è tangibile nei volti dei centesi rientrati con urgenza dalla regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia, dove l’associazione Amici di Adwa supporta dal 1998 la comunità salesiana guidata dalla suora centese Laura Girotto.
Erano partiti da poche settimane, chi per la direzione lavori del cantiere dell’ospedale missionario quasi completato (grazie anche a contributi della Cooperazione internazionali italiana e alla Cei) , chi per offrire servizio nella clinica odontoiatrica e formare il personale locale. Con loro medici volontari con lunga esperienza in Africa. Altre infermiere, medici e ostetriche avevano già il biglietto per raggiungerli tra pochi giorni.
La notizia che lo spazio aereo era stato temporaneamente chiuso, poiché i droni governativi avevano attaccato alcuni convogli sospettati di trasportare armi a un centinaio di chilometri, ha colto tutti di sorpresa. L’Ambasciata italiana ad Addis Abeba ha esortato i connazionali all’evacuazione, coordinando le operazioni di trasferimento via terra. Dall’Afar, assieme a espatriati di aziende italiane e di altre Ong, i collaboratori hanno potuto rientrare tra il 5 e il 6 febbraio.
Così suor Laura: «Se c’è un posto e un momento dove i missionari devono restare e trovano il senso di esserlo è proprio in momenti come questo, quando chi ha famiglia è costretto ad evacuare. Noi siamo l’unico riferimento per la popolazione. Io darei la vita perché la guerra finisse, perché la mia gente smettesse di patire, perché i bambini potessero avere una vita normale».
I focolai non si erano in effetti estinti con il cessate il fuoco del conflitto civile che ha insanguinato il Tigray tra il 2020 e il 2022: gli accordi di Pretoria avevano escluso alcune parti in causa e non hanno a oggi risolto le occupazioni di territori contesi. La sofferenza degli sfollati nei campi profughi senza cibo, prospettive lavorative e servizi essenziali non poteva essere ignorata, così come le violenze impunite e le reiterazioni nei territori reclamati dagli Amhara con sistematiche azioni di pulizia etnica.
Il premier etiope Abyi, che non aveva finora ammesso l’ingresso di truppe eritree sul territorio tigrino, lo scorso 3 febbraio ha deciso di denunciare pubblicamente le violenze commesse dai soldati di Isayas. Il premier eritreo ha negato, rimandando al mittente le accuse come strumentali a un conflitto per ottenere il tanto desiderato sbocco sul mare.
Per fortuna, gli impegni istituzionali in programma il 13 e 14 febbraio ad Addis Abeba hanno imposto la garanzia della sicurezza. Il vertice Italia – Africa ha visto la presenza del primo ministro Giorgia Meloni e di 14 capi di stato africani, precedendo di un giorno la riunione dell’assemblea dell’Unione Africana nella stessa capitale etiope, a cui la premier era invitata come ospite.
«Come operatori sul campo - dicono dall’associazione centese -, possiamo testimoniare che ancora troppe vittime subiscono le conseguenze del precedente conflitto sulla propria pelle. Abbiamo visitato gli sfollati ad Adwa, accampati in tendopoli o edifici scolastici. Abbiamo condiviso materiale scolastico, coperte, cibo, curato i malati nell’ospedale missionario sostenuto da tanti donatori italiani… ma non è che un sollievo temporaneo: questa popolazione ha diritto a una vita dignitosa. Speriamo che gli incontri istituzionali spingano i capi di stato nella direzione giusta. Nell’incertezza del momento desideriamo comunque condividere una buona notizia da Adwa: i lavori di completamento degli impianti dell’ospedale e l’offerta di assistenza sanitaria a cui hanno dovuto rinunciare i volontari italiani, vengono portati avanti grazie alla formazione fatta ai collaboratori locali, sotto la guida di missionarie e missionari che non hanno lasciato la comunità. Anche l’invio di aiuti dall’Italia non si è interrotto (compresa la spedizione di beni alimentari donati da Pastificio Andalini e Molini Pivetti), quindi il supporto economico e in natura permette di far partorire mamme in sicurezza, curare malati, non far mancare il cibo a pazienti e operatori. Non lasciamoli soli ora».
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