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Ferrara, storia di Elisabetta: fu la prima bambina in Italia con un cuore nuovo

Davide Bonesi
Ferrara, storia di Elisabetta: fu la prima bambina in Italia con un cuore nuovo

La ferrarese racconta come è andata la sua vita dall’intervento a Padova nel 1987: «Ho faticato molto a superare questa cosa, ma ora mi ritengo una miracolata»

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Ferrara In questi ultimi giorni l’Italia si è fermata per seguire la drammatica vicenda di Domenico, il bimbo di due anni morto a Napoli per un errore nell’intervento di trapianto al cuore. Invece, la storia che raccontiamo è a lieto fine ed è quella di Elisabetta Nobili, la 52enne ferrarese che il 24 marzo del 1987 fu la prima bambina a cui nel nostro Paese fu trapiantato un nuovo cuore, all’ospedale Padova.

Elisabetta è nata e cresciuta nella nostra città, di professione fa perizie immobiliari per una grossa azienda di Bologna (Crif) e per questo vive da tempo in provincia di Bologna (prima nella città felsinea, oggi a San Giorgio di Piano), ma i suoi genitori vivono ancora oggi a Ferrara (zona Boschetto-San Giorgio), mentre la sorella inferiore, architetto, si è trasferita a Oslo. Il papà Franco, portuense di nascita, è stato un calciatore e soprattutto un campione di atletica leggera, premiato anche con il Filippide a Portomaggiore.

Abbiamo incontrato Elisabetta nella nostra redazione, quando si avvicina il 39esimo anniversario di quell’intervento storico. Recentemente la ferrarese aveva partecipato a Padova a un convegno che celebrava i quarant’anni del reparto del celebre cardiochirurgo Vincenzo Gallucci, peraltro ferrarese doc, colui che nel 1969 fece il primo trapianto di cuore in Italia, in quello stesso reparto dove 14 anni dopo fu operata la ragazzina ferrarese.

Infanzia difficile

Elisabetta ha accusato ben presto i problemi di salute, prima con una tosse persistente che non si riusciva a curare, a dieci anni ecco un’embolia femorale e fu il medico di Ferrara che la seguiva a consigliare la famiglia di andare da uno specialista a Padova. La sentenza fu dura: «Il cuore si ingrossava troppo e andava a sbattere contro altri organi e il battito non era regolare. A 13 anni mi diedero sei mesi di vita», ricorda lei.

Ed ecco l’unica soluzione, l’intervento al cuore e quella “famosa” telefonata: «Per un segno del destino quando chiamarono a casa mia dall’ospedale di Padova per dire che era arrivato il cuore a rispondere fui proprio io. Mi dissero “sei Elisabetta?” Dissì sì, “è arrivato il tuo cuore”. Io stetti zitta, da un lato avevo capito, dall’altro no».

Dopo l’evento a Padova in una intervista al quotidiano Il Mattino la 53enne ferrarese ha detto di aver considerato a lungo il cuore nuovo “un intruso”, perché? «Non era rabbia, ma mi era stato tolto qualcosa di mio, non l’avevo presa bene, pensavo di essere diversa - ci racconta -. Andai avanti così a lungo, non riuscivo a essere me stessa, ingigantivo le cose, collegavo ogni problema di salute al cuore, questo accade ancora adesso anche se mai ho avuto grandi problemi di salute, anzi, mi sono ammalata pochissimo e anche quando ho preso il Covid, per due volte, l’ho vissuto prima come una semplice influenza e poi con un solo giorno di febbre. A volte mi domandavo quando sarei morta, però dal trapianto sono una persona come tutte le altre. Prendo da allora un medicinale obbligatorio (pastiglie antirigetto, ndr) in dosi bassissime, il cardiochirurgo ripete che potrei fare a meno, lo faccio per sicurezza mia...».

L’impatto è stato inevitabilmente forte, motivo per il quale Elisabetta si è rivolta a una psicologa: «Una decina d’anni fa ancora non superavo questa cosa, mi relazionavo con gli altri ma ero sempre timorosa, mi facevo idee sbagliate. Quando mi operai non era previsto un percorso psicologico come oggi, poco dopo a Padova mi sottoposi ad alcune sedute però smisi, non si lavorava su quanto era avvenuto bensì su quello che dovevo fare nella vita. Invece, con la psicologa a cui mi rivolsi appunto dieci anni fa tramite un’amica ho avuto notevoli miglioramenti».

Elisabetta è stata operata quando era adolescente: «Intanto, a quei tempi il trapianto di cuore era diverso da oggi, passai un mese e mezzo in ospedale e rientrai mentre stava finendo l’anno scolastico, ma non l’ho perso. Fu penalizzata anche mia sorella, che ebbe meno attenzioni e ancora fino a pochi anni fa non si era resa ben conto a quale intervento mi ero sottoposta. Quando mi vennero a prendere per portarmi all’ospedale chiese a mia nonna dove andavo e lei rispose in un posto dove mi avrebbero curato. Chiaro, ho fatto una vita diversa dagli altri ragazzini, fino all’intervento non potevo fare sforzi fisici, non ho frequentato l’asilo e gli anni di scuola sono stati difficili, non giocavo con gli altri, stavo un po’ in disparte e io, come detto, mi sentivo un po’ diversa per questa mia condizione. Inoltre non si poteva andare in vacanza, niente mare, al massimo d’estate si andava qualche volta al lago».

Elisabetta ha però vissuto una vita normalissima, dopo anni da pendolare Ferrara-Bologna la decisione di spostare la residenza nella città felsinea. «Ora posso fare tutto, ma sono pigrissima e anche se mi sono iscritta in palestra... preferisco mangiare. D’altra parte, sono da poco salita fino a 3.000 metri, passeggio con i miei cani Wendy e Pepe e nel tempo ho recuperato le tante vacanze perse».

Quella di Padova è stata una giornata speciale per la ferrarese. «Sono stata invitata per questo evento celebrativo. Il professor Giovanni Stellin a un certo punto ha detto “bisogna anche ricordare che qui in sola c’è la prima persona sottoposta a trapianto pediatrico ”, aggiungendo che se volevo potevo alzarmi e io l’ho fatto».

La consapevolezza

La ferrarese sa da sempre chi è la donatrice, si chiamava Maria Grazia e abitava in Lombardia, in provincia di Varese. A lungo ha anche pensato di incontrare i genitori: «Ci ho provato, volevo andare a presentarmi, dire che avevo il cuore di loro figlia, anche la psicologa mi aveva detto di farlo. I miei genitori avevano indirizzo e foto della famiglia, ma da quando ho iniziato a vivere meglio la mia situazione questa spinta è venuta a mancare, a questa cosa non ci penso più come prima e poi non so davvero come avrebbero potuto reagire, magari davo loro altro dolore...».

Ora, Elisabetta ripensa a quell’intervento in modo diverso: «Nel complesso è andato tutto bene e il dono di quel cuore è stato una grande cosa per me, mi ritengo un po’ una miracolata. È stata importante la compatibilità dell’organo, allora era un elemento decisivo per un intervento di questo tipo. I medici espiantarono il cuore di Maria Grazia e lo portarono subito a Padova, del mio vecchio cuore è rimasta solo la cuffia esterna».

Per Elisabetta l’evento di Padova ha dato visibilità e forse anche una consapevolezza diversa. Intanto, oltre alle interviste sui quotidiani è stata contattata per partecipare a un programma di salute della Rai e domenica 1 marzo è prevista un’altra iniziativa a Padova. Ecco, Padova, la donna ferrarese mentre ripete di amare sempre di più Padova: «È vero, mi piace tanto, la sento ormai come la mia città, allo stesso modo Verona, dove vi sono i due angeli custodi che mi operarono, Giuseppe Faggian e Alessandro Mazzucco. Sono grata a tutti loro ed è tale l’amore che ho per Padova che sto davvero valutando di trasferirmi là una volta in pensione». 

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