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Ferrara, subisce violenze ma denuncia tutto: «Basta avere paura»

Alessandro Berselli
Ferrara, subisce violenze ma denuncia tutto: «Basta avere paura»

Una donna residente nell’Alto Ferrarese ripercorre la sua storia: «Vivere significa essere libere»

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Ferrara La violenza contro le donne raramente esplode all’improvviso. Inizia in modo sottile: gelosia spacciata per amore, controllo giustificato come protezione, richieste continue che lentamente diventano imposizioni. Poi arrivano le parole che umiliano, l’isolamento, le scenate, i pedinamenti. E quando il confine viene superato, il corpo diventa il bersaglio.

La storia che raccontiamo per la prima volta è quella di una giovane donna residente nell’Alto Ferrarese, oggi al centro di un procedimento giudiziario. È lei che prova a ricostruire questa escalation, una relazione che nel tempo si è trasformata in ossessione e aggressività: attese sotto casa, pressioni costanti, fino ad arrivare a episodi di percosse.

In una circostanza, davanti alla sua abitazione, la violenza sarebbe esplosa con colpi ripetuti e trascinamento a terra, un’aggressione durata minuti e interrotta solo dall’intervento di altre persone. Un passaggio che fa rabbrividire è il dettaglio della brutalità: colpita più volte, spinta a terra, con il capo sbattuto contro un cancello in ferro. Una scena che non è solo cronaca giudiziaria, ma la fotografia di quanto possa diventare pericoloso un rapporto quando il controllo si trasforma in dominio.

Ma ciò che spesso non si vede è quello che viene dopo. Le percosse non si esauriscono nei lividi. Restano nell’ansia che accompagna ogni uscita, nel timore di essere seguite, nel cuore che accelera davanti a un rumore improvviso. Restano nell’insonnia, nella difficoltà a lavorare, nel senso di colpa che la vittima si carica addosso senza motivo. Restano nella paura costante che possa accadere di nuovo. E c’è anche una paura ancora più profonda, difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta. È la paura che entra nella quotidianità, che accompagna ogni gesto, ogni spostamento, ogni momento della giornata. La sensazione costante che qualcosa possa accadere di nuovo, che la rabbia possa tornare all’improvviso. È un peso psicologico enorme: non solo difendersi, ma vivere con una tensione continua, con il bisogno di controllare tutto, di evitare luoghi, situazioni, incontri. Una condizione che consuma lentamente la serenità e la libertà personale. È un peso psicologico enorme: non solo difendersi, ma sentirsi responsabili anche della sicurezza degli altri.

E quando si parla di violenza sulle donne bisogna avere il coraggio di dire sopravvivere a certe situazioni non è una fortuna. «E non è neanche vivere. Non è vivere quando si modifica ogni abitudine per evitare un incontro, non è vivere quando si ha paura di tornare a casa, non è vivere quando si controlla continuamente chi c’è dietro di sé. Non è vivere quando si teme per l’incolumità delle persone che si amano. Sopravvivere significa restare in piedi. Vivere significa essere libere» ci racconta. Molte donne restano a lungo intrappolate nel ciclo della violenza: tensione, esplosione, scuse, promesse, apparente cambiamento. Ma nessuna donna deve salvare chi la ferisce. Denunciare è un atto di rottura: è doloroso, espone, costringe a rivivere i fatti, ma è anche il primo passo per tornare a respirare. «La vera forza è poter vivere senza paura. Non sopravvivere, vivere».

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