Ferrara, morì dopo il ricovero in casa di cura: condanne definitive per tre medici
Confermate le pene per la morte della signora Francesca Branchini
Ferrara Dopo la sentenza della Corte di Cassazione, è divenuta definitiva la condanna di tre medici della casa di cura Quisisana, imputati per l’omicidio colposo di Francesca Branchini, deceduta il 9 settembre 2017 a 82 anni.
La decisione, arrivata mercoledì, conferma le pene inflitte nei precedenti gradi di giudizio: dieci mesi di reclusione per due dei sanitari e otto mesi per il terzo, l’ultimo ad avere preso in carico la paziente all’interno della struttura. Si tratta delle stesse condanne stabilite in primo grado dal Tribunale di Ferrara e poi confermate dalla Corte d’appello di Bologna, che aveva concesso agli imputati il beneficio della non menzione nel casellario giudiziale richiesto dai privati.
«Siamo molto soddisfatti per l’esito del processo – affermano gli avvocati Salvatore Mirabile e Renato Jani, che assistono i familiari della signora, costituiti parte civile –. La condanna non era assolutamente scontata, ma siamo riusciti a sensibilizzare la Corte sulla correttezza del lavoro dei periti, nominati in primo grado dalla giudice Sandra Lepore, che è stato certosino. Noi abbiamo voluto puntualizzare e spiegare perché questi anni di processo hanno “partorito” due sentenze che dovrebbero essere usate come modello sulla responsabilità medica, sul nesso causale e sul giudizio controfattuale».
Secondo la ricostruzione emersa nel processo di primo grado, per forti dolori addominali la signora Branchini si era inizialmente recata all’ospedale Sant’Anna di Cona, dove le era stato consigliato il ricovero in osservazione. Tornò però a casa, ripresentandosi il giorno successivo a causa dell’aggravarsi dei sintomi. Fu quindi ricoverata nella casa di cura, dove le venne diagnosticata una subocclusione intestinale e prescritta una terapia farmacologica. La situazione non migliorò e fu disposto un trasferimento d’urgenza a Cona, ma l’anziana morì poco dopo l’arrivo in ospedale.
Le indagini avevano riguardato in un primo momento anche un medico del pronto soccorso, poi definitivamente assolto in rito abbreviato, e si erano infine concentrate sull’operato dei sanitari della Quisisana. Il processo, caratterizzato da complesse valutazioni tecniche, si era basato sulle perizie di due esperti in medicina legale e medicina d’urgenza nominati dal Tribunale. Emersero conclusioni univoche sulla responsabilità dei medici della struttura privata: secondo gli accertamenti, la paziente non sarebbe stata adeguatamente idratata nel corso della degenza, fino al sopraggiungere dell’arresto cardiocircolatorio pochi minuti dopo l’arrivo al pronto soccorso del Sant’Anna. Con la definitiva pronuncia della Cassazione, si apre ora la partita dei risarcimenti.
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