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Prospettiva Unife

Dall’università a Ferrara ai thriller storici: Marcello Simoni si racconta

Matteo Ferrati
Dall’università a Ferrara ai thriller storici: Marcello Simoni si racconta

Laureato in Lettere nell’Ateneo estense, crea romanzi di fama nazionale. Lo scrittore: «Penso che valga sempre la pena scrivere e lavorare per le storie nuove»

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Ferrara Per il terzo personaggio della rubrica Prospettiva Unife torniamo in territorio estense con un volto e, soprattutto, una penna noti: Marcello Simoni.

Nato a Comacchio nel 1975, Simoni ha frequentato il liceo scientifico a Codigoro e si è laureato in Lettere all’Università di Ferrara. È tra i più importanti autori di gialli e thriller storici in Italia e molto del suo mondo immaginario, dalle ambientazioni ai personaggi, è strettamente connesso ai luoghi del territorio – in primis l’Abbazia di Pomposa e il centro storico di Ferrara – e con le esperienze che Marcello ha vissuto nel corso degli anni, tra cui il periodo universitario in via Savonarola.

E proprio pensando ai tempi trascorsi tra le aule, le sale studio e le biblioteche di dipartimento, abbiamo proposto a Simoni di fare un tuffo nel passato (ma sempre con la mente rivolta al presente e lo sguardo al futuro), per farci raccontare quella che era la sua Ferrara e per cercare di proporre degli stimoli e, magari, qualche consiglio e sprono a chi frequenta adesso l’Università. Con un pensiero speciale ai tanto bistrattati ma fondamentali Studi Umanistici, che insegnano a “spaccare il capello in quattro”, a sviluppare un pensiero davvero critico (capacità sempre più necessaria oggigiorno).

Simoni, ci racconta brevemente il suo percorso di studi?

«Il primo step è partito dal Liceo scientifico al Polo di Codigoro. È stata una scuola formativa: io ho sempre avuto una predilezione per la letteratura e la scrittura, però l’impostazione scientifica mi è servita, in un passo successivo, per lavorare a delle trame come quelle dei gialli, che presuppongono anche un metodo di lavoro preciso. Il giallo e il thriller storico sono generi che richiedono uno stile di scrittura, una buona ricerca dei personaggi ma anche una capacità di costruzione di scenari e atmosfere che non consentono l’errore. Questo aiuto mi è stato dato dal Liceo scientifico, così come dall’impostazione universitaria».

A proposito di Università, perché ha scelto quella di Ferrara?

«Studiare Lettere con un indirizzo archeologico ha approfondito questi strumenti, mi ha aiutato ad avere un’attenzione quasi maniacale per i piccoli oggetti, per la vita del quotidiano e per tutto ciò che serve per riproporre gli aspetti più importanti delle mie trame. Scelsi l’Università di Ferrara perché era in posizione più comoda, ma è una scelta che rifarei».

Ricorda il suo primo esame?

«Il primo che ho ottenuto all’Università è stato Filologia romanza con Paolo Merci: oggi penso sia stato molto importante, perché questa disciplina mi ha consentito di sviluppare una visione molto particolare del Medioevo dal punto di vista linguistico. Questo è stato forse l’imprinting più importante di tutti. Ma ho avuto la fortuna di studiare con professori davvero molto bravi: tutte persone che mi hanno trasmesso la loro grande passione per le loro materie, e penso sia fondamentale».

Quali sono i ricordi più nitidi che ha del periodo universitario?

«Ricordo che il professore Merci aveva nel suo ufficio, sopra la scrivania, una collezione di pipe decisamente particolari. Mi piacevano moltissimo, anche perché ho sempre avuto una passione per quel genere di oggetti di artigianato. Il ricordo più nitido che ho è però la sala degli studenti, quella del Dipartimento di Filosofia in via Savonarola».

Ha qualche aneddoto legato a quel luogo?

«Non sa quanto tempo io abbia trascorso in aula studenti – forse più del dovuto – a giocare a scacchi con gli amici invece che frequentare le lezioni. Io sono sempre stato una persona leggermente asociale, perciò preferivo prepararmi gli esami da solo piuttosto che frequentare le lezioni e fare i compitini quotidiani. Però, la sala degli studenti (ambiente frequentato anche dai docenti), è stato un luogo di grande svago ma anche di grandi riflessioni: un porto franco dove si poteva stare tutta la giornata, anche a fantasticare».

Qual era il suo posto del cuore a Ferrara mentre era studente? E il passaggio dall’Università al mondo del lavoro?

«Non è facile dire un posto del cuore, perché appena penso a Ferrara mi vengono in mente piazza Trento Trieste, la cattedrale, l’ambiente universitario di via Savonarola, la piazzetta Municipale – in cui partecipai a scavi archeologici appena laureato – e il museo archeologico nazionale. Il museo di Spina è stato un luogo molto formativo per me, perché in quel posto ho iniziato ad approcciarmi all’archeologia ma anche allo studio e alla catalogazione degli oggetti archeologici, che sono oggi molto utili per il mio lavoro».

Insomma, è legato un po’ a tutta Ferrara...

«Esatto, tutta Ferrara: la sua atmosfera, le sue vie che portano al ghetto, le librerie Feltrinelli e Libraccio, l’ambiente della curia… sono tutti luoghi che rendono insieme l’idea della mia Ferrara, una città costruita a misura d’uomo, una città che ha una storia da raccontare e che di per sé è un romanzo: Ferrara ti fa venire voglia di raccontare delle storie».

Che consiglio si sente di dare ai giovani che frequentano la Facoltà di Lettere o, in generale, gli Studi Umanistici?

«Ho sempre creduto che si debba fare ciò che si ama, ciò verso cui si prova una grande passione. Quando andavo all’Università in corriera, c’erano molte persone che frequentavano altre facoltà come ingegneria o medicina e la cosa più frequente che sentivo dire era che Lettere fosse un indirizzo senza sbocco, che non avrebbe aiutato a guadagnare soldi e a costruirsi un futuro».

E questo pensiero, purtroppo, esiste ancora.

«Io però credevo in ciò che facevo perché era una cosa che amavo. E questo anche per la scrittura. Bisogna fare le cose che si amano, continuare a farle con passione e avere fede in quella passione; portarle avanti con forza, con testardaggine. È proprio attraverso ciò che si ama che si riesce ad avere successo, non certamente facendo le cose che fanno tutti gli altri. A volte bisogna avere il coraggio di andare contro corrente, mettersi lì e cercare di riscoprire e reinventare cose che per gli altri non portano a nulla».

E cosa direbbe a chi volesse intraprendere la strada della scrittura?

«Scrivere fa bene a prescindere. Scrivere è terapeutico, perché consente di aprire una parte di te che altrimenti resterebbe chiusa. Io con la scrittura penso di essere diventato una persona migliore di quella che sarei stato se non lo avessi fatto. Inoltre, la scrittura è uno strumento molto potente: se riesci a pubblicare, hai la possibilità di entrare in comunicazione con altre persone che possono condividere i tuoi pensieri e il tuo universo immaginario».

Farlo di lavoro oggi immagino non sia però così semplice.

«Naturalmente scrivere di mestiere non è facile, soprattutto oggi. Però penso che ci sia sempre qualcosa di nuovo da dire e penso che valga sempre la pena scrivere e lavorare per le storie nuove».l

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