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Caso Fakir, la lezione di Ferrara: dopo Federico Aldrovandi un modello c’era

Daniele Oppo
Caso Fakir, la lezione di Ferrara: dopo Federico Aldrovandi un modello c’era

L’ex responsabile del 118 nella provincia: «Elaborammo un protocollo condiviso». Dal 2014 un piano di intervento sinergico per il contenimento sicuro di persone agitate

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Ferrara «Non è solo una questione di sicurezza pubblica. Deve cambiare il paradigma». Adelina Ricciardelli, per anni dirigente del Pronto soccorso e del 118 di Ferrara e oggi coordinatrice del 118 di Rovigo e Trecenta, guarda alla morte di Abderrahim Fakir e invita a spostare l’attenzione dalle sole responsabilità individuali a un problema più ampio: la mancanza di protocolli condivisi e di una formazione comune tra personale sanitario e forze dell’ordine per la gestione delle persone in grave stato di agitazione psicomotoria.

«Qui non esistono colpevoli personali – premette – . Esiste un sistema che continua ad arrivare in ritardo rispetto alla necessità di costruire percorsi strutturati». Secondo Ricciardelli, un modello esiste da tempo. È quello sviluppato proprio a Ferrara dopo il caso Aldrovandi attraverso un lavoro congiunto che coinvolse Prefettura, 118, forze dell’ordine e specialisti della salute mentale, e che venne successivamente presentato anche al Ministero dell’Interno.

«A Ferrara abbiamo iniziato a lavorare su questi temi già nel 2013. Poi nel 2014 elaborammo un protocollo insieme a Damiano Zaganelli, oggi coordinatore del 118 di Ferrara. Da subito ci siamo fatti promotori della necessità di individuare tecniche di gestione dei soggetti in stato di grave alterazione psicomotoria che partissero già dalla chiamata al 118». Secondo Ricciardelli, il primo snodo è proprio quello dell’attivazione dei soccorsi.

«L’idea era affrontare questi interventi fin dall’inizio come situazioni avanzate, assimilabili a un codice rosso. Questo significa inviare immediatamente personale sanitario qualificato e non dei volontari, come avvenuto invece a Bologna. Si tratta di situazioni estremamente complesse e potenzialmente pericolose sia per il paziente sia per chi interviene».

Da quel lavoro nacque un protocollo formalizzato in Prefettura. «Sanciva non soltanto procedure operative, ma anche momenti di formazione comune tra tutte le componenti coinvolte. C’erano le forze dell’ordine, il personale sanitario e gli psichiatri, che avevano un ruolo fondamentale nella parte relazionale. Finché il dialogo funziona si cerca di evitare qualunque contatto fisico. Quando però la relazione non è più sufficiente e si arriva alla necessità di contenere il soggetto, allora il momento dell’aggancio fisico diventa decisivo».

La domanda, spiega, era semplice: come bloccare una persona fortemente agitata senza mettere in pericolo la sua vita e senza esporre a rischi gli operatori? «Da qui è iniziato un lungo lavoro di sperimentazione. Sono stati realizzati filmati, simulazioni ed esercitazioni pratiche. Abbiamo coinvolto anche appartenenti alle forze dell’ordine che interpretavano il ruolo del soggetto alterato per permettere a tutti di sperimentare concretamente le tecniche di intervento e valutarne l’efficacia».

Uno dei concetti chiave introdotti in quel percorso riguardava la posizione laterale di sicurezza. «La parola chiave fu proprio questa. Introducemmo un concetto sanitario all’interno delle procedure di contenimento. La posizione laterale di sicurezza consente di mantenere libere le vie aeree e ridurre i rischi per il paziente. Fu costruito un sistema nel quale tutti avevano un ruolo preciso. Non intervenivano soltanto polizia o carabinieri, ma contemporaneamente anche il personale sanitario».

A Ferrara, racconta, furono adottati anche strumenti specifici. «Tutte le ambulanze vennero dotate di cinghie per il contenimento, delle fasce larghe progettate per immobilizzare le caviglie senza provocare lesioni. Nel frattempo gli operatori delle forze dell’ordine intervenivano sui polsi con tecniche condivise. Una volta completata l’immobilizzazione si provvedeva al posizionamento laterale del paziente, alla valutazione clinica da parte del medico, all’eventuale sedazione e quindi al trasporto in pronto soccorso». Il progetto coinvolse Polizia di Stato, carabinieri e Polizia locale e attirò l’attenzione anche fuori dal territorio estense. «Venimmo chiamati a presentarlo in altre realtà. Fu illustrato anche al Ministero dell’Interno». Poi, secondo Ricciardelli, qualcosa si è fermato. «Ci sono stati trasferimenti, cambiamenti organizzativi, avvicendamenti nei vertici e nei governi. E molte cose sono finite nel dimenticatoio. Se ancora oggi ci troviamo davanti a episodi come questo significa che non è stato costruito un sistema strutturato e uniforme. Si è lasciato tutto alle singole realtà territoriali».

Per la dirigente dell’emergenza sanitaria, la differenza continua a farla soprattutto la formazione. «Forse a Ferrara, dopo Aldrovandi, si è sviluppata una sensibilità particolare. In altri contesti capita invece di trovare operatori lasciati soli, senza strumenti adeguati e senza una preparazione specifica. Proprio in questi giorni ho letto che la Polizia ha diffuso una circolare, nel maggio 2026, nella quale viene richiamata anche la posizione laterale di sicurezza. È un fatto positivo e probabilmente significa che alcune delle riflessioni maturate in questi anni sono state recepite. Ma una circolare da sola non basta. Non basta inviare un documento via e-mail. Serve una formazione reale, pratica e condivisa».

Il punto centrale resta uno: «Bisogna costruire un sistema che riduca al minimo il rischio che tragedie come questa possano ripetersi. Altrimenti aspetteremo il prossimo caso. E magari, se non ci sarà qualcuno a filmare, non se ne accorgerà nessuno».

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