Ferrara, caso Arquà: tutti i dubbi del processo
Messaggi, date, sospetti e telecamere. L’ex vicesindaco richiamato in Aula per chiarire
Ferrara Ultimo atto ieri, prima della discussione, del processo all’ex consigliera della Lega Rossella Arquà sulle missive minatorie indirizzate all’ex vicesindaco Nicola Lodi. Un’udienza in cui proprio Lodi, parte civile, è stato richiamato per chiarire le incongruenze emerse nel corso del dibattimento tra la sua prima deposizione in aula, alcuni aspetti legati alla scansione cronologica degli eventi e altre dichiarazioni testimoniali. Il processo vede contrapposte due versioni: quella dell’imputata, che ha ammesso – come è ormai chiaro – di essere stata lei la mittente delle lettere, ma di averlo fatto su indicazione dello stesso Lodi, «che voleva anche lui apparire una vittima»; e quella di Lodi, che ieri ha ribadito che tra lui e l’ex consigliera non c’è mai stato alcun accordo: «Io questo non lo ammetterò mai, lo giurerei con il sangue che Arquà ha fatto tutto questo per vendetta, perché percepiva che la stavo allontanando».
Su questo punto è stato il giudice Palasciano a sollecitare Lodi a spiegare una circostanza ritenuta significativa. Il 4 giugno 2021, pochi giorni prima che la vicenda deflagrasse pubblicamente e l’ex consigliera venisse indagata, Arquà riceve a casa una visita dei carabinieri di Ro. E, allarmata, scrive a Lodi questo messaggio: “Ma non era una cosa che doveva restare tra noi?”. Una frase che lascia supporre un rapporto di complicità. Lodi – assistito dall’avvocato Carlo Bergamasco – ha respinto questa lettura, spiegando che si trattava di una questione «di riservatezza. La notizia delle lettere minatorie non doveva arrivare alla stampa, perché all’epoca ero vicesindaco e non volevo che si creasse clamore. Non ne avevo parlato con nessuno, non lo sapeva il sindaco, non lo sapeva nessuno del partito. Era importante mantenere la riservatezza per riuscire a individuare il mittente».
Lodi ha riferito che già mesi prima dell’arrivo delle prime lettere aveva smesso di fidarsi di Arquà «che non è mai stata il mio braccio destro», e alla quale aveva affidato «un ruolo minimo, di manovalanza, non di responsabilità amministrativa o politica». E questo, secondo l’ex vicesindaco, avrebbe scatenato «la reazione scomposta» dell’imputata.
La perdita di fiducia si evolve in sospetto, come riferito da Lodi, non prima di metà maggio 2021, per concretizzarsi il 26 maggio quando una missiva con un errore ortografico (“begnamina”) convince Lodi che la responsabile delle lettere è Arquà. Una ricostruzione su cui la difesa dell’imputata (avvocati Fabio Anselmo e Bernardo Gentile) ha sollevato dubbi e sottolineato contraddizioni.
A cominciare da un messaggio inviato da Arquà a Lodi il 19 aprile del 2021, in cui lo informa del rinvenimento di una lettera, accompagnato da emoticon ridenti. Circostanza che in una persona che si sentiva minacciata, ha obiettato Anselmo, avrebbe dovuto suscitare disappunto. Invece l’ex vicesindaco non risponde al messaggio: «Sono rimasto in silenzio sperando che la cosa finisse, e ho informato le forze dell’ordine», ha chiarito.
Poi c’è la questione delle telecamere messe all’esterno della sede della Lega, di cui una posta in un’auto del Comune. Il 30 aprile Arquà se ne accorge e, agitata, chiede spiegazioni a Lodi, sottolineando che «se non c’entra la Questura, c’è la preoccuparsi». Ma se Arquà era consapevole di compiere un’azione illecita, è stata la domanda, perché il fatto che fosse la Questura a indagare non doveva preoccuparla? Su questo punto Lodi non ha fornito una spiegazione, ma secondo Anselmo questa circostanza avrebbe dovuto sollevare sospetti sull’ex consigliera ben prima del 26 maggio 2021. Tanto più che nella relazione del responsabile della Digos datata 7 giugno 2021 si legge che non c’erano persone sospettate.
E sempre a proposito la vigilanza davanti alla Lega: la macchina-spia del Comune (per la quale Lodi era finito sotto indagine per peculato, poi archiviata per tenuità del fatto) sosta il 30 aprile e poi il 5 maggio, con una “pausa” nei giorni intermedi. Perché? «Perché la sede della Lega in quei giorni era chiusa», ha detto Lodi. Ma se la buchetta delle lettere era posta all’esterno, raggiungibile anche con la saracinesca abbassata, perché dare per scontato che nessuno sarebbe arrivato a inserire una lettera? Così ha incalzato la difesa, ipotizzando che già allora ci fosse consapevolezza sull’identità della mittente, dunque ben prima della fine di maggio.
Si riprende il 25 settembre, per la discussione. Senza la necessità di ascoltare il questore di allora, Cesare Capocasa: una testimonianza che il giudice ha ritenuto superflua alla luce di quanto emerso dall’istruttoria.
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