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Lavoro grigio e caporalato nella filiera agricola di Ferrara

Daniele Oppo
Lavoro grigio e caporalato nella filiera agricola di Ferrara

Lo studio realizzato da WeWorld prende il Ferrarese come modello della “variante emiliana” dello sfruttamento lavorativo

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Ferrara È nel Ferrarese che l’organizzazione no-profit WeWorld individua uno dei casi più significativi per comprendere ciò che definisce la “variante emiliana” dello sfruttamento lavorativo. Un fenomeno che, secondo il nuovo rapporto dell’organizzazione umanitaria, non si manifesta soltanto nelle forme tradizionali del caporalato, ma anche attraverso appalti, subappalti, cooperative e lavoro grigio capaci di comprimere salari e diritti all’interno di una delle filiere agroalimentari più ricche d’Europa.
 

La provincia estense è il principale caso studio nel settore agricolo del report realizzato da WeWorld insieme ai ricercatori Marco Omizzolo e Davide Carnevale. Una scelta che gli autori motivano individuando proprio nel territorio ferrarese molte delle contraddizioni che attraversano l’agricoltura contemporanea: dipendenza crescente dal lavoro migrante, crisi di alcuni comparti produttivi, diffusione del lavoro precario e presenza di fenomeni di sfruttamento che negli ultimi anni sono emersi più volte nelle cronache giudiziarie.
 

Nel rapporto un rappresentante sindacale intervistato dai ricercatori sintetizza così il motivo della scelta: «Il caso della provincia di Ferrara è una palestra per capire l’Emilia-Romagna: il caporalato nel primario, il gioco degli appalti, i limiti e le possibilità concrete di intervento».
 

Provincia agricola

Il quadro descritto dalla ricerca parte da un dato spesso trascurato: Ferrara è una delle province più agricole dell’intera Pianura Padana. Secondo il rapporto, il settore impiega circa 13.400 lavoratori e lavoratrici, pari all’11% dell’occupazione provinciale, e rappresenta oltre il 5% del valore aggiunto locale. La provincia è inoltre la terza dell’Emilia-Romagna per numero di occupati agricoli, con il 16% del totale regionale, dietro soltanto a Ravenna e Forlì-Cesena.

Un’agricoltura che però attraversa una fase di profonda trasformazione. Il report ricorda il crollo della produzione di pere, diminuita fino al 78% nel 2023, la crisi della molluschicoltura nel Delta e il progressivo rafforzamento dei grandi gruppi agricoli rispetto alle aziende più piccole. Inoltre, sul piano demografico, Ferrara è una delle aree più fragili della regione.

Lavoro migrante

È qui che entra in gioco il lavoro migrante. Secondo i dati elaborati nel rapporto, il 44,7% dei lavoratori agricoli ferraresi non possiede la cittadinanza italiana. Si tratta di quasi 6mila persone, provenienti soprattutto da Romania, Pakistan, Marocco, Polonia e India. Tra gli uomini la quota sale al 46,4%, mentre tra le donne si attesta al 42,5%. Il dato si inserisce in una tendenza regionale ancora più marcata. In Emilia-Romagna il 51% dei lavoratori agricoli registrati è straniero, e negli ultimi cinque anni i lavoratori provenienti da Paesi extraeuropei sono aumentati del 15%.

Per gli autori della ricerca è uno dei principali paradossi del sistema agroalimentare regionale: da un lato cresce la dipendenza economica dalla manodopera straniera, dall'altro questa continua a occupare le posizioni più esposte alla precarietà e alla ricattabilità.

Zona grigia

Secondo il rapporto, il sistema conosce una vasta zona grigia composta da giornate sottodichiarate, straordinari informali, sotto-inquadramenti contrattuali e cooperative che operano come semplici fornitori di manodopera. Le stime raccolte dagli autori tra sindacalisti, operatori e professionisti del settore indicano che nel Ferrarese il lavoro sommerso potrebbe aggirarsi attorno al 30%, con lavoratori che, afferma un sindacalista intervistato, vengono impiegati anche 12 ore al giorno senza annotazioni conseguenti in busta paga. La ricerca segnala inoltre che la media delle giornate lavorative dichiarate è di 112 all'anno, con il 60% dei lavoratori sotto quota 150 giornate. Tra i lavoratori stranieri la media scende a 104 giornate per le donne e 109 per gli uomini.

Portomaggiore 

Gran parte dello studio si concentra su Portomaggiore, uno dei luoghi dove i meccanismi dello sfruttamento emergono con più evidenza. Il comune conta circa 2.200 residenti stranieri su 11.800 abitanti, per circa metà di origine pakistana. Tra il 2022 e il 2024 la quota di stranieri è salita dal 17 al 23%, mentre nelle scuole primarie oltre il 45% degli alunni è di origine straniera. Secondo il rapporto, la cittadina è diventata uno snodo fondamentale della mobilità della manodopera agricola.

Caporalato di servizi

Il report individua anche un “caporalato dei servizi”. Gli intermediari non si limitano a procurare lavoro, ma garantiscono anche trasporto e alloggio, costruendo un sistema di dipendenza. Un “abbonamento” che, secondo le fonti del report, può costare dai 130 ai 150 euro mensili.

Sicurezza 

C’è poi il tema delle sicurezza. Secondo i dati richiamati dagli autori, nel 2024 in provincia di Ferrara sono stati denunciati 357 infortuni sul lavoro, quattro mortali in agricoltura, dato che colloca Ferrara al primo posto regionale per decessi nel settore.

Contrasto insufficiente 

Accanto alle criticità, il report di WeWorld segnala alcune iniziative sviluppate proprio nel territorio ferrarese.Tra queste il progetto Agribus, avviato nel 2025 a Portomaggiore nell’ambito della Rete del lavoro agricolo di qualità. Tre linee dedicate hanno collegato circa 150 lavoratori agricoli alle aziende della provincia. Secondo uno dei responsabili citati nel rapporto, l’iniziativa avrebbe sottratto ai circuiti dell’intermediazione illegale circa 90mila euro in tre mesi.
 

La ricerca cita inoltre il progetto Common Ground, gli sportelli territoriali di supporto ai lavoratori e i job-day che hanno messo in contatto oltre 400 candidati con 18 imprese.
 

Per WeWorld, tuttavia, non basta intervenire sulle conseguenze. La conclusione del rapporto è che lo sfruttamento rappresenti un fenomeno strutturale legato all’organizzazione della filiera, ai meccanismi degli appalti e alla vulnerabilità della manodopera migrante. Ed è proprio nel Ferrarese, secondo gli autori, che queste dinamiche risultano oggi più visibili che altrove.

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