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Bandini, Tavolazzi e Manuzzi: i musicisti di Ferrara ricordano Guccini

Nicola Vallese e Nicolas Stochino

	Bandini, Tavolazzi e Guccini prima di un concerto
Bandini, Tavolazzi e Guccini prima di un concerto

I tre hanno suonato col Maestrone per anni. Il batterista: «Iniziò tutto nel 1970, quello in piazza Maggiore fu un concerto storico»

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Ferrara «Ci siamo conosciuti nel 1970, Francesco aveva fatto i suoi primi due dischi con la Emi, ma erano lavori essenzialmente acustici, registrati con turnisti e session man. A un certo punto si decise di voler creare un gruppo vero e proprio, una band di ragazzi da portare in tournée e, sapendo che io e Ares Tavolazzi eravamo a Ferrara, venimmo contattati. Ci fu l’incontro a Milano e da lì è iniziato tutto». Ellade Bandini, batterista ferrarese al fianco di Guccini dal 1970 al 2015, ricorda il cantautore di Pavana. Tanti concerti, tante canzoni, ma anche tante cene, serate e momenti lontani dai riflettori che denotano rapporto che andava ben oltre le luci della ribalta. “Non mancava mai ai funerali di Norberto, patron del ristorante Da Settimo di Ferrara. «Francesco era immancabile, ma ad una condizione tassativa - sorride Ellade -. Mi diceva sempre: “Io vengo, ma solo se c’è la salama da sugo”. E quando arrivava, non voleva farsi chiamare Francesco. Diventava il suo alter ego: Jack Montana, un fantomatico cantante rock della Louisiana. Parlava a tutti con un improbabile accento italo-americano e cantava solo i classici del primo rock’n’roll, Elvis, Little Richard, i Platters». Bandini ricorda con nitidezza la prospettiva privilegiata che aveva dalla sua batteria, ad esempio durante il celebre concerto in piazza Maggiore a Bologna nel 1984: «Ero in alto, sul palchetto, e vedevo tutte le strade convergenti sulla piazza stipate di gente. Erano più dei 100mila persone, la città era bloccata. Ma la cosa stupenda non erano gli applausi, era il senso di abbraccio caloroso». E poi c’era il rito prima di salire sul palco, un’abitudine mantenuta intatta per decenni e ripetuta fino a poche settimane fa, durante il loro ultimo incontro: «Prima di iniziare gli chiedevo sempre: "Come va la voce, Francesco?". E lui rispondeva flebile: "Eh... va male, va male! Sono senza!". Se mi dimenticavo di chiederglielo, era lui a cercarmi: "Bandini, ma non mi chiedi come sto con la voce?". L’ho rivisto anche un mese fa al ristorante: gli ho fatto la solita domanda e lui ha risposto con la solita ironia».

Al batterista si aggiungono i ricordi del bassista Arest Tavolezzi. «Francesco era una persona a me molto cara, uno di famiglia. Al di là di quello che ha scritto, di cui tutti conoscono l’immensità delle parole, era un poeta ma anche una persona aperta, bonaria e socievole con tutti noi. Ci affidava il suo materiale con grande umiltà». Un rapporto fatto di musica, ma anche di amicizia e quotidianità. «In quegli anni ci si vedeva spesso a pranzo e a cena, anche con Ellade e con tutta la compagnia. Andavamo all’osteria e stavamo lì a parlare per ore, a scambiarci idee e punti di vista su tutto, anche sulla musica, sempre in amicizia».

Ai due fa seguito il sassofonista Roberto Manuzzi, anche lui ferrarese, che dice: «La cosa più bella era ciò che succedeva prima e dopo. I camerini erano un vero cenacolo letterario e gastronomico. Arrivavano amici che potevano essere Roberto Benigni, Umberto Eco e tanti altri. Si creava una festa con anche trenta persone. Sui tavoli c’erano porchetta, salami e bottiglie di vino. Tutto spariva prima del concerto, così salivamo sul palco dopo avere già mangiato e bevuto, e poi, finito lo spettacolo, si andava ancora a cena».

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