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Goro e Porto Garibaldi, l’esperta: «I polpi non sono la soluzione al granchio blu»

Goro e Porto Garibaldi, l’esperta: «I polpi non sono la soluzione al granchio blu»

L’intervento: «Questo mollusco non vive nella sabbia. Si deve gestire l’impatto, non eliminare la specie»

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Goro e Porto Garibaldi «Con il progetto Octo-Blu, nato dalla collaborazione tra la Regione Emilia-Romagna e l’Università di Bologna, il professor Oliviero Mordenti, il dottor Antonio Casalini e il loro gruppo di ricerca stanno allevando polpi che, a metà agosto, saranno rilasciati nelle prime aree di test davanti a Riccione e Cesenatico per verificarne l’efficacia nel contrastare il granchio blu, di cui il polpo è un predatore. L’obiettivo è verificare se questa sperimentazione possa aiutare a limitarne la diffusione, affiancando gli altri interventi che abbiamo messo in campo per sostenere il comparto della pesca e dell’acquacoltura e tutelare il nostro ecosistema». L’annuncio di questa iniziativa lo ha dato nei giorni scorsi sui social il presidente della Regione Michele de Pascale, suscitando molto interesse e anche la speranza che possa avere ricadute anche nel tratto di mare ferrarese. Ma non tutti hanno accolto con entusiasmo la notizia. È arrivata la considerazione di Margherita Paiano, etologa torinese di 34 anni, specializzata in comportamento animale. Paiano interviene sulla questione ponendo una serie di dubbi.

«Migliaia di like e milioni di view sotto i post che annunciano l’iniziativa, senza sapere che l’inserimento di polpi per eradicare il granchio blu è praticamente un progetto fallimentare. E senza sapere che il ripopolamento in natura non funziona come una vasca in cattività, senza sapere che questo piano era già attivo l’anno scorso e peggio rischia anche di creare nuovi danni a un ecosistema che è già in crisi» dice senza mezzi termini.

Perché l’anno scorso il piano non ha funzionato? «Allevare polpi in stabulario è tra le cose più difficili dell’acquacoltura, c’è un’altissima mortalità nelle fasi iniziali e la gestione è molto molto difficile, quindi è probabile che semplicemente loro non ce l’abbiano fatta, ma prima ancora di arrivare al mare». E quest’anno? «La storia si sta ripetendo nello stesso identico modo, però ci sono più dettagli. I polpi vengono innanzitutto prelevati in Puglia e portati al centro dell’Università di Bologna e Cesenatico, e fatti crescere in stabulario». Dopo cosa succede? «I polpi verranno liberati in zone dove il fondale è quasi tutto sabbioso, con solo qualche barriera sommersa qua e là. Ma il polpo non vive sulla sabbia, vive nella roccia, nelle cavità, sui fondali strutturati, e senza questo tipo di habitat non si riproduce. Il problema è che gran parte del medio Adriatico è fatto di sabbia, non di roccia. Questo è un aspetto ecologico fondamentale. Certo verranno messe delle tane artificiali tubolari a forma di T in plastica, ma la domanda resta comunque aperta. Inoltre il punto più paradossale è che la zona più colpita dal granchio blu è tra Comacchio e Goro. Questa zona è stata proprio la prima esclusa dall’esperimento per il rilascio dei polpi, perché lì semplicemente i polpi non ci vanno. Lo dice il progetto stesso: avrebbero due metri d’acqua di profondità, acqua per di più lagunare. Una specie invasiva come appunto il granchio blu, una volta che è stabilita, non si eradica. Lo dicono tutte le linee guida internazionali. Si deve gestire l’impatto, non eliminare la specie, perché il polpo oltre a non eradicare il granchio blu, sempre se sopravvive, si ciberà anche di altro. E subirne gli effetti sarebbe la cosiddetta cascata trofica, ovvero le vite che noi abbiamo nel mare Adriatico».

A sostegno delle perplessità sull’utilizzo del polpo interviene anche Giuseppe Castaldelli, professore di Ecologia all’Università di Ferrara. «Auguro il meglio all’iniziativa ma nelle lagune adriatiche, dove si concentra gran parte della biomassa del granchio blu – osserva – le condizioni di salinità non consentono la vita del polpo, che infatti non è mai stato catturato. In questi ambienti è invece auspicabile concentrarsi sul potenziamento dei predatori naturali del granchio, primo fra tutti il branzino». 

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