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La testimonianza

Terremoto in Colombia, c’era anche David da Ferrara: «Un minuto che non finiva più»

Stefania Andreotti
Terremoto in Colombia, c’era anche David da Ferrara: «Un minuto che non finiva più»

David Cambioli (presidente della cooperativa AltraQualità) era a Honda, una cittadina lungo il Rio Magdalena, quando il sisma ha colpito ancora il Sudamerica

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Ferrara Il Sudamerica trema ancora. Dopo il tragico sisma del Venezuela nel giugno scorso, un’altra scossa di pari intensità, magnitudo 7,4, ha colpito lunedì la Colombia. L’epicentro è stato individuato a grande profondità, nell’area di San José del Palmar, dipartimento del Chocó. Ma a causa della sua potenza, il terremoto è stato avvertito in gran parte della Colombia, comprese Cali, Pereira, Manizales, Quibdó, Medellín e Bogotá. Le immagini che sono arrivate tramite media e social sono impressionanti. La situazione è seria e ancora in evoluzione, le cifre in triste aggiornamento. Le autorità e i media riportano oltre 100 morti, centinaia di feriti e numerosi edifici danneggiati o crollati, con operazioni di soccorso ancora in corso. I soccorritori stanno cercando persone disperse sotto le macerie. La posizione relativamente isolata dell’epicentro nel Chocó sta complicando gli interventi. Ad aumentare l’angoscia c’è l’allerta per altre possibili scosse.

Il racconto

A testimoniare questi intensi attimi c’è David Cambioli, co-fondatore e presidente della cooperativa AltraQualità, storica realtà ferrarese attiva nel commercio equo e solidale. «Sono in Colombia per lavoro e per un po’ di ferie – ha raccontato Cambioli alla Nuova –; in questi giorni sono a Honda, una cittadina lungo il Rio Magdalena, il principale fiume colombiano. In linea retta non siamo lontani dall’epicentro. Ci dividono circa 180 chilometri di strada attraverso la cordigliera orientale delle Ande. Fortunatamente siamo dal lato opposto della catena montuosa rispetto alla scossa nella provincia del Chocò, poco popolata, e che ha investito la falda orientale della cordigliera, con città come Pereira e Manizales, colpite maggiormente, e Cali, in misura minore, dove avremmo dovuto spostarci per il fine settimana, ma abbiamo chiaramente rinunciato. Strade chiuse o limitate per crolli. Lì sono caduti una trentina di edifici, case e palazzi. Saremmo dovuti andare al trentennale del “Petronio Àlvarez” festival di musica e cultura del Pacifico, ovviamente sospeso». Il numero dei morti sale mano a mano che i soccorsi raggiungono posti isolati. Per ora si parla di oltre 100 morti più i feriti, ma ci si aspetta che possano aumentare. «Malgrado la distanza e la barriera naturale delle Ande, il terremoto si è sentito distintamente – prosegue Cambioli –. Siamo usciti in giardino e si sentiva il terreno muoversi avanti e indietro sotto i piedi, le palme e le pensiline oscillavano, gli uccelli scomparsi. Il tutto per circa un minuto. Che nella vita passa in fretta, durante un terremoto non finisce più. Penso soprattutto alle persone delle zone maggiormente coinvolte, che hanno vissuto un incubo. Alcuni di loro lo stanno ancora vivendo. Gli artigiani e artigiane con cui lavoriamo sono insediati nella zona di Bogotá. Per loro dunque tanta paura, ma niente di più. In quella zona terremoti di bassa intensità sono frequenti». Ora si pensa a salvare vite, poi ci sarà la conta dei danni. Un mesto rituale che si ripete. 

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