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Ferrara, accoltellamento al liceo Ariosto: «Disagio psichico e poche risorse»

Francesco Dondi
Ferrara, accoltellamento al liceo Ariosto: «Disagio psichico e poche risorse»

Domenico Bedin: «Il problema è di comunità». La prof Boari: «Educare e non rinchiudersi»

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Ferrara Una coltellata nel bagno della scuola, inferta da un 22enne apparentemente senza alcun movente. È accaduto al liceo Ariosto di Ferrara, e lascia la città senza una spiegazione e con una domanda: si poteva evitare? Due voci, da ruoli diversi, convergono sulla lettura di fondo: dietro il gesto non c’è un problema di ordine pubblico, ma una sofferenza psichiatrica non intercettata.

La prima è quella di Domenico Bedin, presidente della cooperativa Meeting Point, che con servizi psichiatrici, Serd, carcere e comunità si confronta ogni giorno. «È stato un gesto isolato di un giovane malato di mente», afferma. Rifiuta con decisione la logica della fortezza nelle scuole. «Se tutti i luoghi pubblici dovessero tutelarsi da queste schegge impazzite dovremmo costruire bunker e installare metal detector ovunque... poi girare col casco e l'antiproiettili».

Bedin invita poi a tenere distinti i piani. «Un conto è parlare e combattere la devianza minorile sia a scuola che nelle piazze e un altro affrontare la questione delle persone pericolose perché malate con patologie psichiatriche e/o con dipendenze. Nel caso dell'Ariosto si tratta di questa seconda». E aggiunge: «Frequento il Serd, i servizi psichiatrici, il carcere, le comunità e la piazza. Tutti sono concordi che questi disagi e malattie sono in aumento e riguardano sempre più giovani».

Il nodo, per il presidente di Meeting Point, sono le risorse. «I servizi per rispondere a questo aumento hanno sempre meno risorse. Non ci sono soldi, dicono, per prendere in carico stabilmente ed efficacemente anche i casi più gravi e difficili». La sua cooperativa gestisce il centro diurno Calicantus per persone con queste patologie. «Vi trascorrono la giornata insieme e con varie attività, sollevando le famiglie ed evitando che stiano per strada coltivando pensieri storti». Ma il servizio, avverte, è a rischio: «I tagli della sanità impediscono a decine di persone di frequentarlo. Questo servizio presto chiuderà per mancanza di fondi». Anche pensare a percorsi alternativi al carcere, aggiunge, è «praticamente impossibile». La conclusione è netta: «La mancanza di risposte concrete alle problematiche lascia persone che vagano per la città pericolose per sé e per gli altri, oltre che abbandonate alle loro paranoie».

Più educativa è la lettera al sindaco Alan Fabbri della docente Francesca Boari. La prof ha letto le riflessioni del primo cittadino e ne condivide la vicinanza alla vittima, ma ritiene che quel pensiero andasse esteso. «Sarebbe stato importante integrare questa vicinanza con un pensiero rivolto anche a quel ragazzo e alla sua famiglia», scrive. Liquidare l'accaduto come «raptus di follia», termine «di gran lunga superato», rischia di far distogliere lo sguardo dalla sostanza, «la manifestazione improvvisa e drammatica di una sofferenza psichiatrica non intercettata».

Da qui la critica ai controlli più rigidi fino ai metal detector, già ipotizzati dal ministro dell'Istruzione, Valditara. «Affidarsi in via prioritaria alla logica della sorveglianza significa scambiare il sintomo con la causa», sostiene la docente, che richiama “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault: il controllo dei corpi e degli spazi trasforma i luoghi di vita in architetture della disciplina. «La scuola è, e deve rimanere, uno spazio aperto di fiducia, crescita e relazione, non un recinto di sicurezza passiva».

La ricetta di Boari è un’altra. «La violenza figlia del disagio mentale non si ferma con un rilevatore di metalli; si previene costruendo reti d’ascolto, potenziando i servizi di igiene mentale sul territorio, rafforzando il supporto psicologico negli istituti e sostenendo le famiglie e i docenti nell'intercettare i segnali di sofferenza prima che esplodano». Controlli più rigidi, avverte, danno «l’illusione immediata di sicurezza» e rischiano di far scivolare verso una società che «rinuncia a curare ed educare per limitarsi a contenere».

Di qui la richiesta al sindaco di farsi promotore di «una visione diversa: non una scuola che si chiude e si blinda per paura, ma una città che si prende cura della vulnerabilità dei suoi giovani con risorse sanitarie, educative e culturali all'altezza della sfida».

Una riflessione sul tema sicurezza a scuola la offre anche Alessandro Talmelli, ex segretario cittadino Pd. «Di fronte a quanto accaduto all’Ariosto è giusto interrogarsi anche sulla sicurezza degli accessi. Ma sarebbe un errore pensare che la risposta possa esaurirsi nei metal detector – scrive –. La sicurezza di una scuola significa anche edifici adeguati, accessi controllabili, citofoni funzionanti, sistemi di apertura e chiusura efficienti, videosorveglianza dove necessaria, spazi che permettano di prevenire e non soltanto di intervenire dopo un episodio. E significa soprattutto una comunità scolastica che non venga lasciata sola. Non possiamo pensare che la scuola sia l’unica responsabile di ciò che accade ai nostri ragazzi. Famiglie, istituzioni, associazioni sportive e culturali, servizi sociali, comunità educative: tutte quelle che un tempo avremmo chiamato “agenzie educative” devono sentirsi coinvolte. Non possiamo sentirci a posto con la coscienza se una generazione arriva a considerare normale avere un coltello o utilizzare la violenza per affrontare un conflitto».

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