Ferrara, la lezione di Levi-Montalcini: «Educare a porsi domande»
Piera, nipote della premio Nobel Rita, parla ai giovani e ricorda la zia: «La sua forza era la concentrazione. La scienza è curiosità»
Ferrara Torna a Ferrara, negli spazi del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, la Festa del Libro Ebraico. Tra i protagonisti più attesi della rassegna spicca la presenza dell’ingegnere Piera Levi-Montalcini, nipote della celebre premio Nobel per la Medicina Rita Levi-Montalcini e presidente della Levi-Montalcini Foundation. Due gli appuntamenti: il primo stamane con gli studenti, il secondo domani alle 21 aperto al pubblico dal titolo “Rita Levi-Montalcini. 40 anni dopo il Nobel”. Qui dialogherà in un live podcast con la scrittrice Sofia Assante per ripercorrere l’eredità umana, scientifica e culturale della zia.
Oggi i giovani vivono iperconnessi e schiacciati dalla ricerca di performance immediate. Cosa dice loro?
«C’è un divario enorme rispetto ai tempi pre-computer. Prima ci si guardava negli occhi e si rispettavano orari precisi per telefonare. Oggi vedo ragazzi che usano i dispositivi perfino camminando o a tavola. Dobbiamo insegnare a usare gli strumenti senza farsene dominare: il tempo è prezioso e va impiegato per attività che nutrono il futuro, dallo studio alla lettura, che rischiano di perdersi nel rumore continuo».
Si tende a formare figure sempre più specializzate. È la strada giusta?
«L’iperspecializzazione rischia di far perdere di vista il quadro generale. Se un medico guarda soltanto un singolo dettaglio o un singolo organo, non riuscirà a risalire alla vera causa del malessere complessivo della persona. Lo stesso vale per la scuola e la società: formare tecnici settoriali senza una solida visione d’insieme ci rende miopi. Serve saper connettere i saperi per comprendere davvero i problemi».
Dagli schermi alla soglia di attenzione: cosa sta cambiando nel modo di apprendere?
«La capacità di concentrazione si è ridotta drasticamente: se vent’anni fa si diceva che durasse due minuti, oggi siamo a due secondi. Abbiamo troppe distrazioni, troppi stimoli, troppe cose a portata di mano. Questo eccesso atrofizza la capacità di perseverare su un obiettivo».
Che ricordo conserva di sua zia Rita e del suo percorso umano prima del Nobel?
«L’immagine di una ragazza normale che, come tutti i bambini, gioiva se la maestra era ammalata e non andava a scuola. Poi ha cercato la propria inclinazione, iscrivendosi a medicina a vent’anni. Quando trovi davvero la tua passione non senti la fatica, non interrompi lo studio per noia. La sua forza era la concentrazione totale su una meta».
Nella scienza e nella società resiste ancora il cosiddetto “Effetto Matilda”?
«Purtroppo sì. Il pregiudizio di genere è ancora forte. L’impostazione maschile è atavica e non basteranno pochi decenni per cancellarla del tutto. I maschi tendono ancora a fare blocco per difendere privilegi storici. Serve un punto d’incontro equilibrato, che valorizzi lo sguardo e le specificità femminili senza inutili contrapposizioni».
Si parla tanto di fuga dei cervelli: Rita Levi-Montalcini come vedeva le esperienze all’estero?
«Non era affatto contraria a fare ricerca fuori dall’Italia: diceva che andare all’estero è fondamentale per formarsi ed espandere le proprie competenze. Il vero dramma è che il nostro Paese non costruisce le condizioni affinché i ricercatori possano rientrare. Mancano fondi, laboratori attrezzati e prospettive stabili».
Come si appassionano i giovani alla cultura scientifica?
«Meno lezioni nozionistiche e più stimoli al ragionamento. Mandare a memoria una sfilza di date ha poco senso quando basta un clic. Bisogna invece educare a porsi domande, a collegare fatti apparentemente distanti e ad usare un linguaggio rigoroso. La scienza, prima di tutto, è curiosità e metodo critico».
Per info: meis@orologionetwork.it, tel. 342.5476621.l
Nicola Vallese
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