Ferrara, l’Atlante di Genere è realtà: mappati tutti i luoghi a rischio
La bussola si basa su condizioni di vita, bisogni, minacce e servizi. Si tratta di uno strumento pensato per le donne che frequentano la città
Ferrara Dove vivo ci sono i presidi sanitari di cui ho bisogno? Quante scuole per l’infanzia sono presenti? Quanta violenza si consuma fuori e dentro casa? Se voglio impegnarmi per me e le altre donne dove posso farlo? La comunità Lgbtqia+ è discriminata? Se mi assumono per un lavoro fuori dal centro ho i mezzi pubblici per raggiungerlo?
Per spiegare cos’è l’Atlante di Genere di Ferrara recentemente pubblicato è più semplice elencare alcune delle tante domande a cui fornisce risposta. Un’analisi della città realizzata con 1.260 questionari diffusi lo scorso anno e compilati spontaneamente da cittadine e cittadini. Gli esiti sono stati approfonditi con focus partecipativi tematici, interviste a esperti, oltre a informazioni e dati di contesto.
Di cosa si tratta
Il risultato è una mappatura - consultabile sul sito genderatlas.it/atlante/Ferrara o distribuita in formato cartaceo - dettagliata e straordinariamente interessante su condizioni di vita, bisogni, minacce, difficoltà, ma anche servizi e opportunità che riguardano donne e soggettività non maschili che vivono nel tessuto urbano. La ricerca è stata sviluppata in 2 anni dalle associazioni Sex & the City e Centro Donna Giustizia, col supporto della Regione, in collaborazione con Ferrara, le donne e la città, Basso Profilo e Consorzio Wunderkammer, e il patrocinio del Comune. Si è concentrata su 6 ambiti: cura di sé, cura di altre persone, cura della comunità, violenza e insicurezza, mobilità, sfera simbolica.
Angela Alvisi, presidente Centro Antiviolenza Donna Giustizia, e Valeria Ruggeri, che con Angela Gamberini ha curato la redazione ferrarese dell’Atlante, lo hanno illustrato alla Nuova Ferrara.
Alcuni dati
Partendo da alcuni dati già noti, come il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni in provincia di Ferrara del 67,5%, contro il 79,2% degli uomini, si arriva ad altri meno conosciuti. Come, ad esempio, che «tra il personale dipendente dell’Ausl 16 ginecologi su 29 fanno obiezione di coscienza, pari al 55,2%, contro una media regionale del 38,8%, mentre nell’Azienda ospedaliero-universitaria la quota scende al 28,6%, 8 su 28. I tempi di attesa tra certificato e intervento sono tra i più lunghi dell’Emilia-Romagna: entro sette giorni si chiude il 18,6% dei percorsi dell’Ausl e il 21,6% di quelli dell’Azienda ospedaliero-universitaria, contro il 54,8% regionale».
Ma questi non sono i soli dati che sembrano proiettarci molto indietro nel tempo.
Se si parla di cura della casa emerge che «il divario più ampio è tra le attività domestiche: per il bucato, il 39,2% delle donne dichiara di occuparsene esclusivamente da sola, contro il 3% degli uomini. Per le pulizie di casa il divario è simile: il 44,2% delle donne se ne occupa in modo esclusivo o prevalente contro il 9% degli uomini». E se questa si può già considerare discriminazione, poi arriva il tema della violenza vera e propria.
«Sul lato di chi la agisce, nel 26% dei casi è il coniuge, nel 26% un ex partner, nel 18% il convivente, nel 16% il padre, il figlio o la figlia, quote non esclusive poiché una donna può subire violenza da più persone insieme. Per età gli autori si concentrano nella fascia 50-69 anni, e il 67% ha cittadinanza italiana. Una donna su quattro (24,2%) dichiara di aver subìto molestie almeno una volta negli ultimi cinque anni, contro il 2,8% degli uomini. Sulle violenze sessuali, l’8,2% delle donne riferisce almeno un episodio nella vita».
Un dato che il questionario isola con particolare nettezza riguarda chi assiste senza fare niente. «Nel 48,5% dei casi le persone presenti non si sono accorte di nulla, e in un ulteriore 24,2% se ne sono accorte senza intervenire: quasi 3 episodi su 4 si consumano senza alcun intervento esterno».
Ogni sezione meriterebbe ampia discussione e approfondimento perché, dato il ruolo centrale che hanno, se le donne in città stanno bene, il loro benessere si riverbera su tutti.
«Un’amministrazione intelligente deve basare le sue politiche su questi dati – afferma Alvisi – quello che l’Atlante di Genere denuncia è che gli orari del trasporto pubblico sono poco amichevoli, come quelli per l’accesso ai servizi, ai nidi e alle scuole. Gli spazi verdi e le aree pubbliche risultano spesso privi di panchine e di luoghi di socializzazione, e quasi sempre poco e male illuminati. Per come è strutturata Ferrara resta ancorata ai rigidi confini dei ruoli di genere».
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