Sturla Avogadri, una vita tra Boston e Ferrara: «Così ho realizzato un sogno»
Dagli squali agli aerei passando per la barca a vela: «Nella mia collezione 25mila pezzi tra fossili e film, vorrei fare una nuova mostra»
Ferrara Riccardo Sturla Avogadri, pilota di aerei ed esperto di squali, da una vita si divide tra Italia e Stati Uniti. Ferrara è la sua città del cuore, quella in cui è nato e cresciuto; Boston, Massachusetts, è invece casa sua da dodici anni. Quando può torna volentieri: un aperitivo con gli amici, un caffè in centro storico, una pizza da Orsucci (le vecchie abitudini non cambiano mai). Ma la sua vita si svolge soprattutto oltre oceano, in quella fetta d’America chiamata New England, dove si dedica allo studio dei predatori del mare. Tra un volo, un'immersione e una conferenza, lo abbiamo incontrato per conoscere più da vicino il suo mondo.
Riccardo, come e quando nasce la sua passione per gli squali?
«Avevamo una casa sulla spiaggia in Sardegna e a 13 anni facevo il bagno con gli squali nella Polinesia Francese. Poi sono stato in Sud Africa, sponsorizzato dalla Mares, a immergermi con gli squali bianchi nella gabbia. A 27 anni ho messo a punto alle Bahamas una tecnica per addormentarli e rilassarli, che ho mostrato in tv al Pianeta delle Meraviglie e ad Animali e animali con Licia Colò. Lì mi vide la Network Propaganda, un’agenzia di comunicazione integrata di Ferrara, e insieme creammo una mostra sugli squali che oggi conta circa 25mila pezzi da collezione unici e che è stata ospitata in numerosi centri commerciali italiani».
Da anni vivi negli Stati Uniti, quando ci andò per la prima volta?
«Sono andato negli States per la prima volta nel 1983, poi nel 1989 per disputare un campionato del mondo di J24 ( celebre regate internazionale di vela, ndr) a New York, sotto la Statua della Libertà. Nel 1992 ho vinto una borsa di studio e sono andato in Florida alla Flight Safety Academy, dove sono diventato pilota di linea».
Prima di diventare pilota era però anche un velista agonista.
«Sì, è stata una bella avventura. Mio padre aveva comprato nel 1983 la barca italiana di Coppa America Azzurra 4, che abbiamo ancora in Sardegna. A quei tempi facevo parte del team di Vincenzo Onorato, che poi avrebbe lanciato Mascalzone Latino in Coppa America, e fui mandato dallo Yacht Club Costa Smeralda a disputare proprio quel Mondiale di J24 a New York come prodiere».
Dove vive ora?
«Ora abito fra Boston e Ferrara. Mia figlia frequenta la scuola internazionale francese di Cambridge (ISB) e quindi la seguo tutti i giorni. Nel tempo ho vissuto in Sardegna, a Ferrara, Milano, Miami, Roma, Verona, Firenze, Freeport alle Bahamas e ora Boston da dodici anni».
Cosa le piace degli Stati Uniti?
«Dell’America mi piace il fatto che tutti rispettano le regole. Tutte le mattine nelle scuole cantano l’inno nazionale, sono molto patrioti e si aiutano l’un l’altro. È un posto per lavorare quando è tempo di lavorare e riposarsi quando è tempo di riposare, non è un modo di dire: è proprio così. Proteggono la loro terra e i loro confini. Per diventare cittadino americano ho dovuto giurare fedeltà alla bandiera, sostenere esami di lingua e dimostrare di conoscere la Costituzione e il sistema del Paese».
Com’è stato ottenere la cittadinanza?
«Bellissimo. Vivere negli Stati Uniti era sempre stato il mio sogno e oggi che sono cittadino americano con passaporto sento di aver raggiunto un traguardo importante. Mia figlia, che ha 10 anni, è nata a Boston da madre francese: ha tre cittadinanze, tre passaporti e parla cinque lingue».
Poche settimane fa è stata posizionata la stella di Carlo Rambaldi sulla Walk of Fame. Voi vi conoscevate, che effetto le ha fatto?
«Sono stato alla Walk of Fame lo scorso anno con mia figlia per Capodanno e sono ripartito il giorno prima dei gravi incendi di Los Angeles. Sono molto contento che gli abbiano dedicato questo riconoscimento. Da Vigarano Mainarda è arrivato a Hollywood e ha vinto tre Osacar, direi che se l’è proprio guadagnata quella stella!».
Com’era il vostro rapporto?
«Carlo Rambaldi aveva lavorato con mio nonno a Pescatori di storioni, un cortometraggio documentario degli anni Cinquanta. In quell’occasione realizzò tre storioni elettromeccanici: fu l’inizio della sua carriera negli effetti speciali. Per me, a fine carriera, realizzò uno squalo bianco di sei metri, Charlie, che ancora oggi fa parte della mia mostra».
A proposito di cinema: sono passati più di cinquant’anni da “Lo Squalo” di Steven Spielberg. È mai stato sull’isola di Martha’s Vineyard a vedere i luoghi del film?
«Sì. Ci sono andato pilotando personalmente un aereo per vedere dall’alto le spiagge di Jaws. Era durante un periodo di ripresa dell’attività di volo dopo aver lasciato Meridiana. In seguito ho ripreso a volare negli Stati Uniti su un Falcon 900EX, in un’occasione ho trasportato anche Ben Affleck a Los Angeles».
Ha visitato anche altre location a parte quelle sull’isola?
«Sì, sono stato alle Neptune Islands, in Australia, dove furono girate alcune delle scene in mare aperto con veri squali bianchi. Mi accompagnò Rodney Fox (produttore cinematografico, ndr), che aveva costruito le tre gabbie utilizzate per le riprese».
Qualche aneddoto?
«Fox in confidenza mi raccontò che durante una ripresa con una gabbia piccola e un manichino all’interno, uno squalo rimase impigliato e rischiò di morire. Cercando di liberarsi sembrava furioso e fuori controllo. Alla fine entrarono in acqua per salvarlo. Per molto tempo la troupe discusse se utilizzare o meno quelle immagini. Alla fine decisero di farlo e quelle scene contribuirono ad alimentare la paura degli squali. In realtà era l’animale a rischiare la vita».
Negli anni ha sempre mantenuto un legame con Ferrara. Cosa le manca di più della sua città quando è lontano? Qual è la prima cosa che fa quando torna?
«Appena torno a Ferrara faccio subito qualche scherzo ai parenti. Poi vado a fare colazione in centro con Grazia e Romedio, a cena con amici e parenti nei miei locali preferiti, la pizzeria Orsucci è uno di quelli, e infine passo sempre dal magazzino a lavorare sulla mostra in vista di una futura esposizione. Vado anche a salutare gli amici del negozio Felloni, dove qualche anno fa avevo esposto uno squalo tigre».
E a sua figlia piace Ferrara?
«Moltissimo, e vuole stare tutto il giorno in bicicletta, quindi la destinazione obbligata è quasi sempre Parco Massari».
C’è stato un momento in cui ha pensato di smetterla con gli squali?
«No, mai. Nemmeno dopo il mese trascorso in isolamento a Cona nel 2014 per una potenziale infezione legata a un morso di squalo. Nemmeno volendo riuscirei a smettere: ogni giorno ricevo domande, richieste o consulenze. A volte mi fermo con le immersioni o con le conferenze, ma continuo comunque a lavorare nel settore».
E di cosa si occupa?
«Nell’ultimo anno, per esempio, mi sono dedicato di nuovo allo studio dei fossili, completando altre quattro mascelle fossili di squali tigre estinti risalenti a circa 100 milioni di anni fa. Oggi ne è sopravvissuta una sola specie, mentre in passato quelle conosciute erano almeno 22».
A proposito della mostra che organizzò anni fa e alla quale non perde occasione di lavorare, pensa potrà essere riproposta?
«L’anno scorso ha chiuso per fallimento il famoso acquario di Miami. Oggi nessuno vuole più vedere mammiferi marini in cattività. Sto aggiornando la mia mostra trasformandola in una sorta di film vivente. I migliaia di pezzi da collezione che ho raccolto nel tempo vengono progressivamente pubblicati sul sito gratuito www.sharkacademy.com, nella sezione museo. Oggi bisogna puntare sul digitale e sulle esperienze multimediali, affiancate alla storia, ai fossili e ai racconti. Sto comunque lavorando anche a un possibile nuovo allestimento dal vivo».
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