Ritorno al nucleare, a Ferrara il dibattito si accende: «Unica via per decarbonizzare»
Chi è contrario: «Bisogna puntare al 100% sulle rinnovabili». Il tema divide perché nell’isola di Polesine Camerini, a due passi dal confine, potrebbe sorgere una centrale
Ferrara In Italia il ritorno del nucleare dopo quasi quarant’anni sembra solo questione di tempo. Il tema divide e sta facendo discutere anche il territorio estense, perché nell’isola di Polesine Camerini, a due passi dal confine, potrebbe sorgere una centrale. In pieno Delta del Po. Sentiamo l’opinione di due persone vicine al tema, una favorevole alla reintroduzione del nucleare ed una contraria.
Pro
Pierpaolo Braga è un ferrarese laureato magistrale in Ingegneria nucleare all’Università di Pisa. Non è per il nucleare a priori, ma ritiene che sia una strada necessaria.
«In Italia si vuole la decarbonizzazione. Gas e carbone fanno già il “mestiere” alla perfezione, ma portano gravi conseguenze: se vogliamo ridurre o eliminare queste fonti di energia non aleatorie, dobbiamo farlo con altre fonti altrettanto continue». Ergo, il nucleare e non le rinnovabili.
L’unica alternativa valida sarebbe l’idroelettrico, «ma l’Italia è satura: non c’è possibilità di costruire nuove dighe perché manca fisicamente lo spazio – spiega Braga –. La conseguenza naturale è il ritorno, quindi, all’energia nucleare. L’idea di un 100% solare ed eolico sarebbe insostenibile sia da un punto di vista economico sia tecnico: richiederebbe una sovrapproduzione di energia tale da creare innumerevoli problemi di rete».
Il Parlamento ha approvato a fine settembre la legge delega sul nucleare “sostenibile”. Sostenibilità in cosa? «In primis, ambientale; ovvero, salvaguardare le centrali da possibili incidenti che sono avvenuti nel passato. Ma le centrali funzionanti all’estero hanno dei sistemi di sicurezza ampiamente sufficienti per garantirne l’operabilità – prosegue l’ingegnere nucleare –. Quelle che potenzialmente andremo a costruire sono di terza generazione avanzata e, in futuro, di quarta generazione. Le prime sono centrali “classiche” ma con sistemi di sicurezza aggiornati dopo gli incidenti, ad esempio, di Fukushima; mentre la quarta generazione andrà a rivoluzionare i reattori: si parlerà di reattori non più raffreddati ad acqua ma con metalli pesanti, che possono essere il piombo fuso, il piombo bismuto (atossico) oppure il sodio. Si parla anche di reattori di taglie più piccole; quindi, non più le grandi centrali da tre o quattro reattori da 5 o 10 GigaWatt di potenza installata, ma piccoli reattori riconvertibili anche per usi secondari, come per produrre acciaio».
Un altro tema è quello delle scorie radioattive. «Finiranno nel Deposito Nazionale che, ad oggi, è ancora un progetto. Si tratta di un deposito unico e sicuro che prevede lo stoccaggio di tutti i rifiuti radioattivi italiani a bassa e media attività per il tempo necessario al loro decadimento radioattivo; e il deposito temporaneo di rifiuti ad alta attività, quindi le vere e proprie scorie – conclude Braga –. In tanti non lo sanno, ma i rifiuti radioattivi da stoccare (ed è la filiera più controllata al mondo) sono una minima parte. Inoltre, i rifiuti ad alta attività stanno nel deposito nazionale solo temporaneamente, perché per regolamentazione internazionale, se non saranno bruciati in reattori di quarta generazione, andranno messi in un deposito geologico che al momento è stato costruito solo in Finlandia».
Contro
Chi invece è fortemente contrario alla reintroduzione del nucleare nel Belpaese è Sergio Golinelli, ex assessore provinciale con delega all’Ambiente e segretario provinciale di Sinistra Italiana (Avs). «Sto seguendo attentamente questa idea di riprendere il percorso di costruzione delle centrali nucleari nel nostro Paese; dico “riprendere” perché in Italia ci sono certi referendum, l’ultimo nel 2011, che hanno indicato molto chiaramente la volontà del popolo», esordisce Golinelli.
Sull’utilità e la sicurezza dell’energia nucleare per la produzione di elettricità, «ritengo sia un fatto molto discutibile. Anche se il progresso tecnologico ha reso le centrali più efficienti, i problemi rimangono e non si può parlare di sicurezza assoluta. Una criticità generale che resta è la presenza dell’uranio, un elemento che va arricchito; in Italia non esistono delle “attività” che operano in questo senso. Quindi non è vero che il ricorso al nucleare ci renderebbe definitivamente autonomi».
Se la strada intrapresa dal Governo dovesse concretizzarsi, le prime centrali dovrebbero tornare attive in circa 8-10 anni. Prosegue l’ex militante di lungo corso dei Verdi: «Voler decarbonizzare è giustissimo, ma non è il nucleare la via migliore. Se volessimo effettivamente azzerare l’utilizzo dei combustibili fossili, potremmo puntare seriamente sulle fonti rinnovabili». Solare ed eolico sono per Golinelli molto più economici del nucleare e, vista la disponibilità che c’è in Italia di vento e sole, renderebbero realmente indipendente il nostro Paese dall’estero.
«È su queste fonti che il nostro Governo, seppure in ritardo, dovrebbe puntare. Secondo Federico Maria Butera, ingegnere ed emerito di fisica tecnica ambientale al Politecnico di Milano, l’Italia potrebbe basarsi al 100% sul rinnovabile entro il 2045, quindi con 5 anni di anticipo rispetto al programma dell’Ue».
Golinelli si è infine espresso sull’ipotetica centrale nucleare di Polesine Camerini, nel vicino Delta veneto. «Parliamo di un sito che ha già avuto una centrale termoelettrica che ha prodotto danni ambientali e alla salute. Siamo all’interno di un’area Mab Unesco, nel Parco del Delta, e va tenuto conto del fatto che la costa è un ambiente estremamente fragile. Conviene costruirci una centrale nucleare?».
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