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Spal, tutta la carica di capitan Varricchio 

Alessio Duatti
Spal, tutta la carica di capitan Varricchio 

I ricordi e l’analisi: «Si è sbagliato tanto, Ferrara non lo merita»

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Ferrara Di momenti decisivi ne ha vissuti parecchi, Massimiliano Varricchio. La riconosciuta rilevanza della carriera dell’attaccante è facilmente sintetizzata dalle 16 casacche indossate tra le serie B e D e dalle 201 reti siglate in 646 sfide ufficiali. Con la memorabile chiusura da capitano e capocannoniere della Spal 2013/2014 dopo il precedente anno vissuto alla corte della Giacomense con Mattioli e i Colombarini.

Nell’annata biancazzurra Varricchio aveva messo due volte il suo timbro nella vittoria ottenuta dagli estensi al “Sandrini” di Legnago, ma con avversaria la Virtus Verona. Collegamenti a parte, il classe 1976 di San Giovanni in Persiceto, che dal 2016 gestisce un’attività assieme alla moglie, resta un appassionato osservatore delle vicende biancazzurre.

Varricchio, che impressione si è fatto di questa Spal?

«Purtroppo vedere questa situazione fa un certo effetto. Non conosco le dinamiche interne o dettagli particolari, ma se uno ripensa alle grandi cose della serie A e arriva al crollo dei giorni nostri non può non pensare che sia stato sbagliato un po’ tutto. La componente societaria ha sicuramente commesso tanti errori, ma nel pallone ci sono anche le responsabilità di chi scende in campo. Ora tocca ai giocatori: devono per forza tirar fuori quel qualcosa in più per conquistare questa fondamentale salvezza».

Questo è il momento delle pressioni.

«Quando si gioca in piazze importanti e va tutto bene il pubblico ti fa volare sulle ali dell’entusiasmo e ci si trascina a vicenda. Quando le cose vanno male è normale che ci siano le contestazioni ma è lì che il giocatore deve tirar fuori quel qualcosa in più da dentro. Oggi servono personalità, ma soprattutto cattiveria agonistica».

Come si sveglia un gruppo che subisce costanti scoppole?

«Va assolutamente evitato il sentimento del piattume. Se c’è quello, allora è una cosa molto grave. Le teste basse e le non reazioni si traducono in arrendevolezza. A volte bastano gesti o comportamenti, anche duri. È meglio litigare, o che ci sia un battibecco, o un’entrataccia in allenamento per ravvivare e svegliare la situazione…».

Spal che resta aggrappata ad Antenucci.

«Giusto, ma penso che anche altri 2-3 dei ragazzi più rappresentativi dello spogliatoio debbano prendersi più responsabilità in mezzo al campo. Antenucci ha tutto dalla sua parte, è normale che sia colui che debba trasmettere sempre quel qualcosa in più perché è un esempio. Ma il calcio non è uno sport singolo, non è il tennis, quindi chi gli sta vicino deve accelerare. La Spal di oggi deve guardarsi in faccia e resettare. Ora è il tempo della corsa e della cattiveria perché le partite sono fondamentali e col Legnago sarà decisiva. Solo anteponendo la grinta possono emergere i valori tecnici, altrimenti è dura».

Come vede la corsa dentro la zona playout?

«Retrocedere è brutto per tutti, ma le altre hanno sicuramente meno da perdere e saranno più libere di mente nel provare a fare l’impresa. La Spal e la sua piazza sono una cosa diversa. Qui ci sono responsabilità superiori. È evidente che nella squadra ci siano carenze caratteriali o psicologiche, ma con la paura, anche al cospetto di squadre meno attrezzate o di giovani, si fa peggio».

Cosa ne pensa della mossa del ritiro?

«Ho sempre pensato che stare insieme la sera prima di una partita, sia in casa che fuori, fosse una cosa fondamentale. La settimana di ritiro l’ho vissuta anche io qua e là e devo dire che in linea teorica ci può stare per isolarsi dalle pressioni. Ma attenzione, questa va vissuta bene altrimenti accade l’effetto opposto. Negli allenamenti va dato il massimo e bisogna sempre rimanere focalizzati sul difficile momento e sul perché si è lì. Se, invece, si lavora pensando di essere lontani dalle pressioni con tranquillità diventa assai deleterio».

Qualche ricordo delle due annate trascorse tra Masi e Ferrara?

«Ero vicino al mio fine carriera, all’età di 36 anni e decisi di giocare vicino a casa. A Masi San Giacomo le motivazioni dovevi creartele, non eravamo una squadra forte ma abbiamo fatto una grande impresa. Nessuno di noi, giovani o meno giovani, era disposto a retrocedere, abbiamo battagliato a ogni partita. Il passaggio alla Spal, poi, è stato bellissimo. Ecco lì non serviva auto-caricarsi dandosi qualche schiaffone perché l’entusiasmo attorno al club è sempre stato trascinante e allo stadio si viveva un calcio verissimo. Tra gli ex compagni sento ancora molto Buscaroli». 

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