Un buco nell’acqua annunciato: l’Ars et Labor paga i suoi errori
Le scelte della scorsa estate, il cambio del mister arrivato troppo tardi. Responsabili e vertici ora sono attesi da spiegazioni e illustrazione dei programmi
Ferrara È amara consuetudine appurare quanto siano diventanti pesanti i giorni compresi tra la fine del mese di maggio e l’inizio di giugno per l’intero mondo biancazzurro. All’ombra del Castello estense, ormai, è sempre così. La lista degli errori, delle occasioni sprecate e delle delusioni maturate continua a essere stilata con frequenza disarmante. Da almeno sei estati, infatti, il calcio cittadino tinto di biancazzurro non trova pace. A Ferrara si sono susseguiti protagonisti, categorie, assetti societari (persino il nome è cambiato), ma il risultato negativo continua a essere un denominatore unico.
Esattamente un anno fa, proprio in questi giorni, Ferrara assisteva impotente al terremoto che avrebbe portato al crudele fallimento della Spal dell’avvocato newyorkese Joe Tacopina. Dodici mesi dopo, al termine di un’annata con i sorrisi che si sono limitati soltanto a un periodo, le gioie si mantengono lontane dal pianeta biancazzurro. L’Ars et Labor dei proprietari argentini, nata per riportare entusiasmo a seguito del trauma a stelle e strisce, ha fallito persino l’obiettivo minimo che si era trovata davanti. Dopo aver malamente mancato la vittoria nel girone d’Eccellenza (insomma, non la Champions League...) e dopo aver chinato il capo nell’atto conclusivo della Coppa, l’Ars è stata spazzata via dalla Santegidiese. La squadra abruzzese in fin dei conti meritevole, fra andata e ritorno, di aver fatto proprio il pass per la finale contro il Grassina, vista la convinzione, la determinazione, l’agonismo e le qualità messe in campo nei 180 giri d’orologio del confronto. Il fatto che nessuno sportivo biancazzurro stia recriminando per gli (evidenti) torti arbitrali riferiti al match d’andata, vuol proprio dire che la “rumba” patita al “Fadini” di Giulianova è stata troppo.
Il verdetto maturato contro la Sant è stato il punto finale di una stagione priva di attenuanti, che va considerata – come ha già fatto capitan Dall’Ara – come un vero e proprio fallimento sportivo. La serie D è stata mancata la conferma ci sarà anche in estate, visto e considerato che il tema dei ripescaggi appare utopico e persino umiliante per una piazza fatta di storia e ambizione, che non dovrebbe nemmeno essere tirata in ballo in questi ragionamenti.
Le responsabilità, naturalmente, vanno suddivise tra i protagonisti dell’intera annata e hanno profonde radici nella scorsa estate, quando a Ferrara s’insediarono i nuovi proprietari argentini (a proposito, che fine hanno fatto Molinari e Marengo?), spalleggiati dai procuratori Pierpaolo Triulzi e Giuseppe Piraino, ossia i due operatori che assumevano le decisioni tecniche, capaci di affidare la panchina a Stefano Di Benedetto e incapaci di valorizzare la presenza nell’ambiente di quel Mirco Antenucci che probabilmente l’attaccante l’avrebbe anche sbagliato (Michele Cesario in Abruzzo ha cambiato tre squadre e quasi mai segnato), ma che sarebbe stato una garanzia di serietà per l’intero ambiente. Il tema è che le decisioni dei due agenti sono sempre state concordate dal primo giorno con Sandro Federico, ufficializzato poi come diesse a inizio ottobre.
Al caos generale, sono inevitabilmente seguiti i veri macro errori dell’annata: l’aver insistito fino all’esasperazione su Di Benedetto e il non aver azzeccato gli uomini gol. Piccioni ha senz’altro fatto meglio di Moretti (non che ci volesse molto…), ma nel momento clou ha steccato anche lui. Da tanti altri, e per un periodo limitato, è arrivato il minimo sindacale, accentuato dal corso targato Carmine Parlato, i cui errori stanno tutti nella gestione della doppia semifinale playoff, con un quadro poco chiaro (e certamente inefficace) dedicato alla sostituzione del grande assente, Senigagliesi.
Dinnanzi a qualsiasi fallimento sportivo, solitamente seguono dimissioni, scossoni o si palesano determinate conseguenze. Nella dimensione dell’Eccellenza è senz’altro più facile stravolgere un parco giocatori, che rivoluzionare quadri societari. Ma, visto che le principali responsabilità provengono dall’alto, è lecito attendersi quantomeno “due parole” dai diretti interessati: tradotte in ammissioni di specifiche colpe e programmi dettagliati (se già esistono) per l’ennesima ripartenza. Che non passi, infatti, l’idea di normalizzare questo colossale flop: se quasi tutti i soggetti sopracitati si ritengono e si comportano da professionisti (pur in una categoria dilettantistica), ecco arrivato il momento delle responsabilità ammesse pubblicamente.l
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