La Spagna “ferrarese” verso la finale: «Possesso palla, umiltà e orgoglio senza superbia. Siamo favoriti»
Parlano gli iberici nel capoluogo in vista della finale dei Mondiali. Il canaro Iker: «Questo gruppo ha conquistato la fiducia delle persone partita dopo partita»
Ferrara Prima la ragione, poi il cuore. È questo il sentimento che accompagna molti spagnoli in vista della finale del Mondiale contro l’Argentina. Un appuntamento che va oltre il calcio, pur senza trasformarsi in un fenomeno di unità nazionale destinato a durare nel tempo. A raccontarlo è Rafael Bonilla Cerezo, professore di Letteratura spagnola all’Università di Ferrara, che offre una lettura lucida del momento vissuto dalla Spagna.
Il professore
Secondo Bonilla Cerezo, la finale rappresenta un’occasione per ritrovare, almeno per una sera, un senso di appartenenza comune: «La finale dei Mondiali è vista come un’occasione per unire gli spagnoli, immersi in una situazione politica davvero complessa, frutto della corruzione dei membri dei principali partiti politici, con il presidente del governo in prima linea. Tuttavia, mi azzardo a dire che si tratterà di un fenomeno piuttosto effimero». Un sentimento ben diverso da quello argentino: «In Argentina, in una situazione meno democratica e economicamente più sfavorevole, le tifoserie si abbracciano incondizionatamente, al di là di ideologie, classi sociali e status». Il docente individua poi i punti di forza della Roja, che negli ultimi anni ha ritrovato una precisa identità: «L’importanza della squadra al di sopra delle singole personalità, che pure abbiamo, e per di più di ottimo livello. Una certa normalità nell’esercizio della professione, nei rapporti umani e persino nella valutazione del proprio percorso. Umiltà senza modestia e orgoglio senza superbia». Valori che, secondo il professore, rappresentano perfettamente l’attuale nazionale spagnola dentro e fuori dal campo.
La chiave del match
Quanto alla sfida decisiva contro l’Argentina, Bonilla Cerezo si aspetta una gara intensa fin dai primi minuti. «Gli argentini non esiteranno a imporre un gioco molto fisico e a tratti persino scorretto per intimidire la superiorità tecnica spagnola sia in difesa che a centrocampo. Cercheranno di mantenere la partita in parità fino agli ultimi venti minuti, decisi poi a puntare quasi tutto sul talento straordinario di Messi e sull’efficacia di Julián Álvarez». La chiave, per lui, è chiara: «Se la Spagna dominerà il possesso palla e non rinuncerà alla propria identità, la considero favorita».
L’italo-spagnolo
Tra chi seguirà con particolare attenzione la finale c’è anche Diego Prado, calciatore dilettantistico ferrarese oggi impegnato nei campionati amatoriali e figlio di padre spagnolo. Pur precisando che il suo vero tifo resta quello per gli Azzurri, Prado non nasconde la sua simpatia per la Roja. «Tra Argentina e Spagna preferisco vinca la Spagna. È più una preferenza che tifo, perché il tifo è riservato all’Italia. Più che per le mie origini, però, scelgo la Spagna per la sua filosofia calcistica, basata sulla squadra e sul gruppo». Due punti di vista diversi ma accomunati dalla stessa convinzione: la forza della Spagna nasce dal collettivo. Ed è proprio questa identità, costruita sul gioco e non sulle individualità, che potrebbe permettere alla Roja di salire sul tetto del mondo.
Il calciatore
E poi c’è la passione, quella che Jimenez Martel Iker, giocatore di calcio a 5 al Balça Poggese, esprime al massimo: «È stato davvero speciale per tutti gli spagnoli, perché sapevamo già di avere una grande squadra, ma bisognava dimostrarlo sul campo. E così è stato». Anche se, forse forse, la finale era inaspettata: «Dopo la prima partita contro Capo Verde mi erano venuti alcuni dubbi, ma vedendo le gare successive ho ritrovato la fiducia che avevo in questa squadra». C’è un giocatore a cui Iker è particolarmente affezionato: «Pedri, perché è delle Canarie come me e rappresenta tutti noi canari». E proprio dalle isole seguirà la finale di domani, «insieme alla mia famiglia». Ad ogni modo, tra Spagna e Argentina i confini e le distanze, culturali anche, sono decisamente ridotte: «In generale il rapporto è buono, come con tutte le nazionali, fino a quando non arriva il giorno della partita: a quel punto, in campo, non ci sono più amici. C’è comunque molta ammirazione, anche perché l’Argentina può contare su uno dei migliori giocatori del mondo, Lionel Messi».
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