Carlini, da Ferrara al ghiacciaio: «Sulle vie di chi mi ha preceduto»
“I battiti della montagna”, lo scrittore ferrarese racconta la sua rinascita
Ferrara Martedì 5 maggio alle 18, nel chiostro dell’Istituto di storia contemporanea (vicolo Santo Spirito 11, Ferrara), il giornalista e scrittore ferrarese Alessandro Carlini presenta il suo nuovo libro, “I battiti della montagna. Una storia vera di rinascita” (Cai Edizioni), con la direttrice Anna Quarzi, il presidente del Cai Ferrara Domenico Casellato e Mara Neri, segretaria di Aido regionale. Porterà la sua testimonianza anche Fabiola Arena, che dopo un trapianto di cuore è diventata accompagnatrice escursionista. Girata l’ultima pagina, la speranza di Carlini è che al lettore resti la voglia di fare un passo. Non necessariamente in montagna: anche solo fuori da ciò che ci trattiene, per seppellire la paura nel sudario della bellezza, parafrasando Sartre.
Carlini, lei è originario di Ferrara. Da dove nasce la passione per la montagna, e come ha vissuto per decenni il fatto di desiderarla senza poterla raggiungere?
«Ho vissuto appieno la montagna solo sino alla prima adolescenza, poi sono iniziati i trent’anni di malattia cronica. Nei lunghi ricoveri leggevo Beppe Fenoglio, Nuto Revelli, Luigi Meneghello, Mario Rigoni Stern, Giovanna Zangrandi, Robert Musil, Primo Levi, Dino Buzzati, e le testimonianze di donne e uomini che combatterono nelle due guerre mondiali sulle terre alte. Camminavo con gli occhi, non coi piedi. Ho proiettato il mio sentiero immaginario sul muro, la notte, prima di addormentarmi in ospedale, con la forza della fantasia e dell’ostinazione. Quando ho potuto muovermi, sono andato su quei luoghi che avevo letto e immaginato».
Il titolo rimanda al suo cuore trapiantato, insieme a un rene. Quanto è stato difficile mettere in pagina qualcosa di tanto intimo?
«Tanto, e insieme necessario. Penso spesso alla persona che non c’è più e che mi ha permesso di essere qui. È entrata a far parte di me sotto forma di intima condivisione, dialogo in montagna. Ho cercato di restituirle quanto potevo con la fatica dei passi e le parole».
Lei è arrivato a quote da record per chi si è sottoposto a un doppio trapianto: il ghiacciaio del Plateau Rosa, 3.500 metri. Se lo aspettava?
«No. Quando mi dissero che servivano due organi pensai: finisce qui. C’è chi purtroppo non sopravvive nell’attesa di uno, figuriamoci due. Invece eccomi su un ghiacciaio, con i ramponi, a oltre 3.500 metri. Il corpo ha risposto a una mente che per anni aveva comandato di resistere. Il vero allenamento è stato quello: contare i secondi nell’attesa di stare meglio, cercare la lucidità nella disperazione».
Nella prefazione Enrico Camanni definisce il suo un pellegrinaggio civile sui luoghi della Resistenza.
«Fin dal primo sentiero sulle colline sono andato a cercare le tracce di chi era passato prima di me. Quel filo mi ha guidato per tutto il libro: da Bologna al Col de Joux, dal Carso al Monte Antelao, dallo Chaberton al Cervino, sulle vie di partigiani, alpini, staffette, disertori. Ho capito che se si ricomincia a camminare, bisogna che quell’inizio abbia un senso: io l’ho cercato tra chi ha lottato per la libertà nella Resistenza e tra chi ha pagato con la vita la Grande Guerra, in un presente che ci sta restituendo il passato in modo drammatico». l
Matteo Bianchi
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