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Vasco a Ferrara, il sax di Cucchia e i suoi trent’anni col Kom

Nicola Vallese
Vasco a Ferrara, il sax di Cucchia e i suoi trent’anni col Kom

Intervista allo storico sassofonista del Blasco oggi sideman di Ultimo

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Ferrara Andrea Innesto detto Cucchia è stato per trent’anni una presenza fissa sul palco di Vasco Rossi. Dagli esordi poco più che ventenne nel 1985 fino al grande evento di Modena Park nel 2017.

Dopo essersi diplomato in flauto traverso al Conservatorio Santa Cecilia di Roma all’età di 18 anni sotto l’egida Mariano Serrazanetti, Cucchia inizia a confrontarsi con il grande pubblico già tra il 1982 e il 1984 dove suona al leggendario Bandiera Gialla di Rimini. Divide il palco con Marzio e i Poligraffiti, fanno un repertorio anni Sessanta e ogni sera ci sono migliaia di persone a sentirli. Suona con Ornella Vanoni, Loredana Bertè, Umberto Bindi poi, nel 1985, entra nella galassia di Vasco ma nel tempo collabora anche con altri artisti come Morandi, Patty Pravo, Biagio Antonacci e Luca Carboni.

Dal 2023 è sideman di Ultimo, sarà anche a Tor Vergata il 4 luglio per il maxi concerto da 250mila persone.

Andrea, partiamo dall’incontro con Vasco. Qual è stato il momento in cui ha capito che il sax sarebbe diventato parte integrante del suo suono?

«Sono successe tante cose prima di Vasco. Ero tra i giovani talenti come Piero Dovici e Carlo Atti, sassofonisti formidabili. Feci un provino per un cantante dove Mimmo Camporeale, tastierista di Vasco e grande amico, produceva con Guido Elmi, produttore visionario. Contemporaneamente lavoravo al Bandiera Gialla con Marzio e i Poligraffiti: il team di Vasco mi notò lì, tra 10.000 fan in delirio anni ’60 e l’anno dopo mi convocarono. Guido aveva apprezzato le mie registrazioni, così mi presentai in un capannone a Casalecchio di Reno per una settimana intensa di prove. Cercavano un sassofonista giovane, carino, d’immagine: avevo tutte le carte in regola e mi presero subito nella banda».

Come è nato il primo assolo iconico con lui?

«Iniziai collaborazioni con Mimmo nei provini. Maurizio Solieri stava componendo Ridere di te (1987, da C’è chi dice no): nacque il mio primo assolo iconico. Da allora proseguii la carriera live: il valore aggiunto del mio sax si è rivelato col tempo, diventando una sonorità unica nel Dna di Vasco. Ho infuso tutta la passione, il cuore accumulato in 32 anni di tour e dischi, e i risultati parlano da soli. Con la musica non si bluffa, è serietà assoluta».

Tornando al tempo condiviso tra tour epici e sessioni in studio, c’è un aneddoto che riassume quel feeling unico, le esperienze vissute insieme?

«Da adolescente di 14 anni, onnivoro di musica, sintonizzavo la radio su “Il Muretto” dove Vasco faceva il dj, irresistibilmente simpatico e mi conquistò subito. Di aneddoti ne ho miliardi: da Massimo Riva al Gallo, è un patrimonio immenso. Abbiamo attraversato un’Italia analogica, primordiale, senza effetti speciali digitali: dovevi suonare a crudo, con sudore e anima, palchi nudi sotto migliaia di occhi. Io mi sento un collante generazionale: la mia e quelle precedenti hanno forgiato il mestiere in era analogica, vinili e nastri. Oggi è mutato radicalmente, tra produzioni digitali e Ai, ma l’essenza resta: naturale, acustica, radicata nel suono vivo».

C’era spazio per le improvvisazioni sul palco?

«Dipendeva dalle fasi del percorso. Fino al 1993 ero quasi un factotum: in Fronte palco, ebbi più libertà creativa. Nei soli iconici dei dischi, come l’assolo di Gabri nel live ’93 – estratto da Gli spari sopra tour – , riversai vitalità pura, passione giovanile, voglia di emergere. Ancora oggi mi emoziona profondamente, tocca corde intime. Su palchi storici non mi son mai preso troppo sul serio: è essenziale. Dicevo che con la musica non si scherza? Intendo il contrario: si scherza eccome, ma resta una disciplina ferrea. Più la curi, meglio vibra».

Parlando del sound di Vasco, come si è evoluto nel tempo?

«Le sonorità si sono indurite, più aggressive e moderne. Personalmente amo dilettarmi con arrangiamenti privati, esplorando gusti personali. Ma è questione soggettiva, di preferenze. Onestamente, i primi dischi avevano una magia irripetibile: grazie a turnisti d’élite, italiani e americani, sessionmen pazzeschi. Rudy Trevisi, scomparso nel 2017, fu un mentore cruciale con la sua professionalità geniale. Non una parola vana: Rudy elevò il livello, infondendo cultura rock and roll autentica, radici blues e swing che hanno plasmato l’essenza del sound “vaschiano”».

Quale fu il pensiero salendo sul palco la prima volta con Vasco?

«Sembra paradossale, ma al Bandiera Gialla affrontavo già 10.000 spettatori a sera, ero temprato. Personalmente, quando suono, chiudo gli occhi contro ogni teoria: devo connettermi con me stesso interiormente. Altrimenti la musica sfugge, resta invisibile e io agisco di conseguenza, immerso nel flusso puro».

E oggi, quali sono i principali progetti?

«Sto lavorando con Niccolò Moriconi, Ultimo, artista giovane ed esplosivo: è un privilegio condividere il palco con un fuoriclasse assoluto, testi eleganti e raffinati. È un onore fare da collante generazionale. Ti faccio ridere: ho chiesto a Gemini poco tempo fa un riassunto della mia carriera e mi ha definito proprio così, “collante tra generazioni”. L’intelligenza artificiale va dosata con intelligenza: per quanto mi riguarda sono gratificato dal passato, ma resto insicuro, affamato di crescita e studio continuo».

Visto il tema Ai, che ne pensa di quest’intelligenza che genera testi, musica, arrangiamenti?

«Gli speculatori speculano da sempre, rovina del mondo – pensavo all’economia, serve un tetto protettivo per tutti. Come controprova o enciclopedia è fantastica: niente male averla su tre canali live. Ma usata subdola, no. Esempio concreto: l’altro giorno esperimento su un mio tema originale. Ho preso stimoli dall’intelligenza artificiale, li ho capiti e riarrangiati a modo mio. Non mi appoggio passivo. Tecnologia avanza inevitabile, ma se saltasse la corrente? Io soffio nel sax, vivo e pronto».

Da veterano, che consiglio si sente di dare a un giovane che vuole entrare nel mondo della musica?

«Buttati a capofitto nelle note, assorbi ogni esperienza possibile: Rete inclusa, trovi tesori. Non demordere mai, spinto da passione pura per crescere. Il successo è miraggio base, non destinazione fissa: qual è il suo confine? È ricerca dell’anima, solidità interiore. Evita “professionale” ampolloso: sii presentabile, carico di storie da dire. Cantine, studio ossessivo, immagini... I giovani ne hanno bisogno, devono usare tutto. Ci massacravano da ragazzi anche noi. Un messaggio: lasciate stare i giovani, non rompete loro le scatole!».

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